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Becak in Jalan Malioboro

Una delle strade principali della città di Yogyakarta, Giava, Indonesia

foto © 2013

Giovedì 24 gennaio 2013, giorno di festa in Malesia per il compleanno del Profeta Maometto, io e Rie dovevamo finalmente partircene per il nostro viaggetto di quattro giorni a Yogyakarta, sull’isola di Giava, ma pochi giorni prima della partenza, in una mossa oramai così tipica nella nostra università, ci viene comunicato che la riunione finale di chiusura del semestre che si doveva tenere il 23, è stata spostata al 25! E così ci tocca rimandare la partenza di due giorni, naturamente pagando una penale… Fortunatamente c’è un altro giorno di vacanza lunedì 27 (si tratta della festa induista di Thaipussam che ero andato a vedere il primo anno che ero qui), per cui non siamo costretti a prenderci un giorno di ferie extra. E così sabato pomeriggio partiamo finalmente per la capitale culturale di Giava, in Indonesia. Quasi tre ore di volo per raggiungere questa cittadina situata non lontano dalla costa meridionale della regione centrale di Giava, la prima oretta volando nell’emisfero nord, e poi, superato l’equatore a sud di Singapore, il resto del viaggio nell’emisfero meridionale, quello in cui il sole, per quanto vicinissimo allo zenit, si muove a nord, e non a sud come da noi.

Sono veramente contento ed elettrizzato di poter tornare in Indonesia, nella città di questo Paese che più mi era piaciuta tre anni fa durante il mio viaggio sudest asiatico, anche se allora vi ero giunto in minibus dopo un lungo viaggio da Bromolingo, la cittadina ai piedi del vulcano Bromo situato ad est dell’isola. Dall’oblò dell’aereo riesco già a distinguere il cono del vulcano Merapi con il suo perenne pennacchio di fumo in cima, che era eruttato di nuovo un paio di anni fa, uno dei 127 vulcani attivi dell’arcipelago indonesiano.

Dal piccolo aeroporto prendiamo un taxi che ci porta direttamente al quartiere di Sosrowijayan, dove mi ero fermato l’ultima volta. Nonostante si trovi a due passi da Jalan Malioboro, la strada forse più famosa di Yogyakarta che unisce la stazione al Kraton, il palazzo del Sultano, Sosrowijayan conserva il suo carattere tradizionale e poco urbano con i suoi stretti vicoletti pedonali fiancheggiati per lo più da casette ad uno o due piani. È anche per questa ragione che il quartiere è diventato luogo di residenza preferito dei backpackers che vengono in questa città, ed è ora monopolizzato da alberghetti, ristorantini, caffè internet e librerie di seconda mano, dove molti viaggiatori lasciano i libri appena terminati per acquistarne di “nuovi” per pochi soldi (cosa che anch’io avevo fatto diverse volte tre anni fa, trovando ogni tanto addirittura libri italiani, soprattutto gialli, che sembrano essere la lettura favorita dei nostri connazionali).

Scesi dal taxi, ci avviamo direttamente ad una delle pensioncine raccomandate dalla nostra guida, che naturalmente troviamo già piena; ma proprio lì davanti c’è un ragazzo dall’aspetto occidentale, o bulé, come sono/siamo chiamati qui in Indonesia, che dalla veranda di una delle pensiocine ci chiede se cerchiamo una stanza, che gliene è rimasta una libera. Il posto sembra molto carino anche se la stanza è un’attimo più cara di quello che pensavamo di pagare, ma considerando comunque che il costo non è elevato, la stanza ci piace e che se non la prendiamo subito corriamo il rischio di non trovare alloggio da quelle parti (sembrava che tutte le pensioncine che avevamo incrociato dopo essere scesi dal taxi avessero esposto il cartello full, “al completo”), decidiamo di accettare. Il ragazzo, che gestisce la guesthouse assieme ad altri indonesiani, scopriamo essere svizzero, che da vent’anni vive in Indonesia (la cui lingua parla da nativo, che invidia!). Ad un certo punto mi racconta un po’ della sua vita: nato in Algeria da padre magrebino e madre svizzera francese, da adolescente era tornato in Svizzera, per cui oltre all’indonesiano parla bene anche il francese e il tedesco, e una volta parlava anche l’arabo. Mi dice che ad un certo punto aveva cominciato a viaggiare per l’Asia con zaino in spalla, finché non era finito a Yogya (pronunciato giogh-gia, che è come Yogyakarta viene di solito chiamata da queste parti) e qui, stanco di girare, aveva deciso di fermarsi…

La serata la passiamo a rilassarci e a cominciare a ‘connettere’ con questo interessantissimo Paese; ceniamo in un ristorantino accanto alla pensione e ci facciamo due passi per Jalan Malioboro, che è esattamente come me la ricordavo, piena di vita, di artisti di strada, mendicanti, coppie e gruppi di amici che vi passeggiano, con le sue botteghe che vendono di tutto, i calessi trainati da cavalli e le centinaia di becak, i trisciò caratteristici in cerca di clienti. Tornati alla pensione incominciamo ad organizzarci per la mattina seguente, per la prima destinazione del nostro viaggio: il grande tempio buddista di Borobudur!

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