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Il tempio di Erawan dall'alto

foto © 2014

Tra Natale e Capodanno io e Rie decidiamo di passare qualche giorno a Bangkok, la capitale della Thailandia, il vicino settentrionale della Malesia. Io avevo già visitato questa città nel 2007 quando vivevo ancora in Brunei, ma per Rie sarebbe stata la prima volta. Avevo molta voglia di tornare in Thailandia dopo il breve viaggio a Chang Mai dell’anno prima: mi mancavano quell’atmosfera tropicale, la sua cultura, i suoi bei templi buddisti…

 

Partiamo giovedì 27 dicembre 2013, e due ore dopo la partenza da Kuala Lumpur atterriamo all’aeroporto di Don Muang. L’autobus che una volta portava direttamente a Khao San, la zona dei backpackers dove abbiamo prenotato una stanza, non c’è più, quindi dobbiamo fare metà del tragitto con un autobus e l’altra metà con un altro, più di due ore nel traffico micidiale della capitale della Thailandia, compresa l’attesa del secondo autobus. Arriviamo all’hotel verso le sei di sera, poco prima del tramonto (anche se si trovano nello stesso fuso orario, la Thailandia è un’ora indietro rispetto alla Malesia), ci riposiamo un po’ e poi usciamo a cenare e fare due passi per Khao San, gremita come sempre di stranieri. Avremmo preferito un’ambiente un po’ meno turistico, ma Khao San ha due grossi vantaggi: si trova a due passi dal grande fiume Chao Praya che attraversa la città da nord a sud, i cui economici “vaporetti” permettono di muoversi agevolmente e piacevolmente da un lato all’altro della città evitando il traffico e lo smog che caratterizzano le strade cittadine. L’altro vantaggio è che a Khao San si trovano un sacco di negozietti e bancarelle in cui si possono trovare parecchi prodotti tipici thailandesi a buon prezzo, tipo borse e vestiti.

Ragazza Thailandese - © P. Coluzzi 2014
Ragazza Thailandese – © P. Coluzzi 2014

Il giorno dopo Rie è occupata: si è impegnata a finire un lavoro entro quella stessa sera e deve quindi rimanere in albergo per tutta la giornata; questo significa che ho l’intera giornata a disposizione per esplorare da solo la città. Decido di cominciare con una zona che non avevo avuto tempo di visitare la volta prima: si tratta del quartiere di Dusit, a nord di Khao San. Il tempo è splendido, il cielo è di un azzurro che difficilmente si vede a Kuala Lumpur e la temperatura è ottimale: fa caldo sì, ma non esagerato e soprattutto non è così umido, ideale quindi per una lunga passeggiata. D’altronde mentre in Malesia ci stiamo sorbendo la stagione delle piogge, in Thailandia questa è la stagione fresca, che precede quella calda che comincerà fra un paio di mesi e che culminerà nella stagione delle piogge, che qui arriva quando in Malesia è già finita da un pezzo.

Quindi mi metto in marcia, felice di essere di nuovo in questo Paese che trovo così interessante per varie ragioni, prima fra tutte per essere un Paese in cui la religione dominante è quella buddista. E con il Buddhismo comincio: prima tappa Wat Benchamabopit, il cosiddetto “tempio di marmo”, eretto nel 1899, che raggiungo in una mezz’ora di cammino. Caratteristica di questo edificio religioso è l’influenza occidentale, che si nota soprattutto all’interno. Uno degli architetti che contribuì all’espansione del tempio era infatti italiano, Ercole Manfredi, e le pareti sono ricoperte niente meno che di marmo di Carrara, da cui il nome del tempio.

Il tempio è veramente un gioiello, e molto belli sono anche gli altri edifici che si trovano all’interno del complesso che comprende anche un bel canale sormontato da ponticelli. Dietro il tempio principale, c’è un bel cortile sotto il cui porticato si trovano 53 statue del Buddha, sia riproduzioni che originali, provenienti da tutta la Thailandia e da altri paesi buddisti, dal Myanmar al Giappone. Da una parte del porticato c’è anche un gruppo di persone che sta pranzando, e tre giovani monaci nei loro sai arancioni. Scoprirò che due di loro sono monaci “fissi”, mentre l’altro, che parla bene l’inglese, è un “monaco temporaneo”. Si chiama Bohk e il giorno seguente concluderà la sua esperienza come monaco durata esattamente un mese, per tornarsene a Pechino dove lavora presso l’ambasciata thailandese. In Italia avevamo il militare obbligatorio che durava un anno, mentre in Thailandia, come in altri paesi buddisti Theravada, è pratica comune (ma per niente obbligata) passare un periodo della propria vita da monaco, che può andare da pochi giorni ad alcuni anni. Essere monaco, vivere per un periodo in povertà imparando a meditare ed altre pratiche buddiste, aiuterebbe a migliorare il carattere ed il proprio karma (e, secondo le credenze locali, addirittura anche il karma dei parenti più stretti). Tra le due pratiche atte a ‘temprare il carattere di un giovane’, mi sembra più saggia ed efficace l’opzione thailandese, oltre ad essere in antitesi con l’idea insita nell’istituzione militare che la violenza si possa e si debba combattere con la violenza. Bohk si dice felice della sua esperienza nel monastero, che l’ha aiutato ed essere più sereno e a rendersi conto della superficialità delle cose che ci sembrano così importanti nella vita di tutti i giorni. E io me ne vado ricaricato dalla serenità e dai sorrisi di questi tre giovani.

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