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L’Istana Kenangan

foto © 2013

A metà aprile dello scorso anno (2013), giovedì 18, approfittando della settimana di mezzo semestre in cui non ci sono classi all’università dove lavoro, io e Rie decidiamo di farci un fine settimana lungo alle isole Perhentian, nel nordest della Malesia.

Originariamente pensavo di andare in Nepal, ma quando finalmente mi ero deciso a comprare il biglietto, non c’erano più posti per i giorni in cui volevo viaggiare, e ciò che rimaneva era pure abbastanza caro. Per cui avevo deciso di rimandare il tutto alla prima settimana di giugno, alla fine del semestre. Quindi sarei tornato alle Perhentian dopo la visita di due anni prima, quella volta con due miei colleghi dell’università, questa volta con Rie, che ci teneva molto.


Proprio come la volta prima, partiamo in aereo per Kota Bahru giovedì pomeriggio, ci fermiamo una notte in città nella stessa economica pensioncina cinese, e la mattina dopo prendiamo un taxi per Kuala Besut, per prendere la barca per Pulau Besar, l’isola più grande del piccolo arcipelago. E ci fermiamo nello stesso posto in cui avevo alloggiato due anni prima, in uno chalet di legno a pochi passi dal mare. La grossa differenza con l’ultima visita, però, è che questa volta piove! Piove senza posa per i tre giorni che siamo lì, con solo qualche pausa in cui approfittiamo per farci due passi o una nuotatina… Certo, il mare è sempre bello, anche con la pioggia, e ci rilassiamo, ma un po’ di delusione non possiamo nasconderla, anche perché ci dicono che fino al mercoledì prima il tempo era stato splendido. Poco male: ci siamo portati da leggere, ed io riesco quasi a finire l’entusiasmante libro di Shamini Flint che mi ero portato appresso. Shamini Flint è una scrittrice malesiana di origine indiana residente da anni a Singapore, che ha inventato il personaggio dell’ispettore Singh, un burbero sikh di Singapore che viene mandato in giro per il Sudest Asiatico a risolvere crimini. Il primo libro che ho già letto si svolge a Kuala Lumpur, e questo a Bali. A parte le trame avvincenti, ciò che mi piace particolarmente dei libri di Shamini sono le descrizioni dei luoghi, della gente, delle tradizioni, di cui è profonda conoscitrice, e che mi fanno identificare di più nelle storie essendo tutti posti in cui sono stato e che conosco abbastanza bene. Peccato che questi libri non siano tradotti in italiano! Ci si perde tanto a non sapere l’inglese! C’è così tanto scritto in inglese che non sarà mai possibile tradurre tutto in italiano, o in qualsiasi altra lingua, anche con la migliore volontà…

Appena sbarchiamo sull’isola, dopo i 45 minuti di sballottamento in barca a motore (il mare è leggermente mosso), una sorpresa: come se ci stessero lì ad aspettare, ci salutano Matteo e Francesca, la simpatica coppia di milanesi con cui ero andato in gita a Cabo Rachado l’anno prima, e che da allora non avevo più rivisto! Sono arrivati anche loro quella mattina per passare qualche giorno sull’isola e per fare qualche immersione. Mi fa veramente piacere rivederli, anche perché così il soggiorno si fa più piacevole, ci facciamo lunghe chiacchierate e la sera dei partitoni di briscola, che tra l’altro divertono molto anche Rie.

Il Buddha Amithaba nel tempio di Phothikyan
Il Buddha Amithaba nel tempio di Phothikyan

Ma di questa breve vacanza, ciò che serbo nei miei ricordi con più piacere è forse la gentilezza dei malesi che incontriamo, non così frequente a Kuala Lumpur. Sulla barca all’andata, ad esempio, un ragazzo con cui avevamo intavolato due chiacchiere in malese, poco prima che scendessimo all’arrivo aveva tirato fuori dal suo zaino una scatola di biscotti e me l’aveva regalata: così, voleva darmi qualcosa, forse anche sorpreso dal fatto che parlassi malese! E poi al ritorno, il tassista che ci riaccompagna all’aeroporto da Kuala Besut. Già a vederlo, questo signore di 63 anni ispirava simpatia. Una di quelle persone purtroppo non così comuni il cui sorriso ti fa subito sentir bene. E mentre viaggiamo si chiacchiera in malese, e tra le altre cose io gli racconto che trovo molto interessante il fatto che ci sia una minoranza buddista tailandese in quella regione così malese e il cui governo locale è dominato dal PAS, il partito islamico. E allora lui mi dice che non molto lontano da lì si trova un tempio tailandese con un’enorme statua del Buddha in piedi. Gli chiedo se si possa vedere dalla strada, ma lui dice di no. Però poi ci chiede se abbiamo fretta di raggiungere l’aeroporto, e noi gli spieghiamo che siamo molto in anticipo. Poi lui prosegue la guida e ad un certo punto, tutto ad un tratto, vediamo spuntare da sopra gli alberi la testa di un grosso Buddha… questo signore aveva allungato il percorso apposta per portarci a vedere il tempio di Phothikyan con la sua statua del Buddha Amithaba di 33 metri d’altezza! E quando all’arrivo all’aeroporto io e Rie decidiamo di dargli un po’ di più di quanto pattuito per ringraziarlo della sua gentilezza, lui rimane a bocca aperta, non essendosi aspettato niente, e ci ringrazia con un bellissimo sorriso pieno di gratitudine.

Il Wat Phothikyan è un tempio interessante per essere un miscuglio tra Buddhismo Theravada tailandese e Buddhismo Mahayana cinese. Questa ‘commistione’ è molto comune nei templi tailandesi che ho visto in Malesia, dato che la maggior parte dei frequentatori sono cinesi. Ma nel Wat Phothikyan l’elemento cinese è particolarmente evidente: l’ingresso principale coi suoi dragoni, le statue di Guan Yin e del Buddha (Amithaba, un Buddha Mahayana) ed il tempio stesso sono in stile cinese, ma dentro quest’ultimo c’è un monaco tailandese che dà le sue benedizioni…

L’ultimo fine settimana del mese decido di passarlo a Kuala Kangsar, il capoluogo sultanale della regione del Perak, a tre ore di autobus a nord di Kuala Lumpur. Della lista di posti interessanti dal punto di vista storico, culturale o naturale che volevo assolutamente visitare in Malesia non era rimasta che questa cittadina adagiata tra il fiume Perak ed il suo affluente Kangsar tra le verdi montagne del Perak, sede del palazzo del Sultano locale.

Kuala Kangsar è un posto piccolo e non avevo pensato che ci sarebbe stato un numero limitato di corriere ad unire la mia destinazione direttamente alla capitale, quindi nonostante arrivi alla stazione delle corriere di Pudu Raya a Kuala Lumpur prima delle due del pomeriggio, devo aspettare fino alle quattro meno un quarto prima di poter partire. Poco male, vado a prendermi qualcosa da bere e a farmi un giro per il centro. Preso l’autobus, dopo la prima oretta in cui dal finestrino non c’è molto da vedere se non le montagne di Titiwangsa sull’orizzonte orientale, mi posso finalmente godere il verde della Malesia centrale, solo interrotto da qualche occasionale edificio e dalle brutte cave e cementifici attorno ad Ipoh.

La Moschea Ubudiah a Kuala Kangsar
La Moschea Ubudiah a Kuala Kangsar

Arriviamo alla stazione delle corriere di Kuala Kangsar quando sta già facendo buio, quindi cartina alla mano mi metto in marcia per raggiungere il fiume Perak lungo il quale si trova uno dei due hotel raccomandati dalla mia guida, quello apparentemente più carino. Venti minuti dopo sono alla reception dove scopro di essermi fatto un’inutile scarpinata dato che di camere libere non ne sono rimaste; in compenso però ricevo il primo di una lunga serie di complimenti per come parlo malese. Quindi faccio marcia indietro verso il centro per provare in un altro hotel indicatomi dalla receptionista, anche questo però al completo. Non mi resta che fare un altro tentativo all’altro hotel raccomandato dalla guida, ubicato in una vecchia casa cinese che si trovava a un centinaio di metri dalla stazione degli autobus. Il posto è semplice e costa poco, e di stanze libere ce n’è più d’una. Lascio le mie cose in camera e vado a cercarmi un ristorante in cui rifocillarmi, prima di farmi quattro passi per il centro per cominciare ad orientarmi. Tornato in stanza, mi tuffo nella lettura di un’altra avvincente avventura dell’ispettore Singh, questa volta nella sua nativa Singapore.

La mattina seguente, dopo essermi comprato il biglietto di ritorno, comincio la mia visita alla città. Si parte con gli edifici storici che si trovano a sudest del piccolo centro, sulla sponda destra del fiume Perak, lungo la strada in cui si trova l’hotel provato la sera prima. Che bello vedere di nuovo il fiume alla luce del giorno, la vegetazione, le montagne all’orizzonte! Una camminata di due chilometri che in Europa potrei fare senza fatica qui il sole cocente allo zenith me la rende veramente dura, nonostante sia protetto da crema solare e cappellino e continui a sorseggiare l’acqua che mi sono portato appresso. Passato l’hotel noto i primi edifici coloniali sulla mia destra e poi, tutt’ad un tratto, a sinistra, magnificente, una delle moschee più spettacolari che abbia mai visto, la Masjid Ubudiah, progettata dall’architteto inglese A.B. Hubback (lo stesso della moschea Jamek e della vecchia stazione ferroviaria a Kuala Lumpur) e completata nel 1917 quando oramai la cittadina era già in declino dopo essere stata un importante centro della colonia britannica e luogo di nascita della sua industria della gomma (vennero stabilite qui le prime piantagioni di caucciù), prima di essere soppiantata in importanza da Taiping, poi Ipoh e infine da Kuala Lumpur. Rimango letteralmente a bocca aperta ad ammirare questa stupenda moschea in stile Mughal (islamico-indiano), con i suoi archi a ferro di cavallo e la grossa cupola d’oro a forma di cipolla risplendente al sole circondata dai suoi quattro snelli minareti a loro volta sormontati da altrettante cupoline d’oro.

Riprendo il cammino e dopo un po’ giungo all’Istana Iskandariah, il palazzo situato su una collina prospicente il fiume, dove risiede il Sultano del Perak. Non vi si può entrare, ma girando attorno al cancello che delimita l’ampio giardino che lo circonda si riescono a cogliere degli scorci di questo imponente edificio di marmo costruito nel 1933 in uno stile tra il Mughal e l’art decò, con varie torrette sormontate da cupole d’oro. Dietro al palazzo dove risiede la famiglia reale si trova invece l’Istana Kenangan, il vecchio palazzo tutto di legno e bambù intrecciato in stile malese su palafitta eretto nel 1931. Anche questo molto bello anche se infinitamente più modesto del palazzo accanto, visto che doveva solo fare da residenza provvisoria del Sultano in attesa che l’Istana Iskadariah fosse completato. Mi siedo un attimo al riparo del sole per bere e recuperare un po’ le forze portatemi via dalla calura, poi riprendo il cammino attorno al palazzo più grande fino a tornare sulla strada principale e raggiungere di nuovo la moschea Ubudiah. Ancora qualche foto e poi mi dirigo all’ultimo palazzo che ho in progetto di visitare a Kuala Kangsar. Si tratta dell’Istana Kota, a poca distanza dalla moschea sulla stessa strada, un palazzo in stile coloniale neoclassico inglese che ospita la Galleria del Sultano Azlan Shah, un museo dedicato all’attuale Sultano, che aveva studiato in Inghilterra ed esercitato come giudice prima di succedere al padre. L’aria condizionata mi ridà l’energia di cui avevo bisogno per poi tornare in centro per dare un’occhiata ad un altro paio di edifici coloniali interessanti, tra cui il Collegio Malese del 1905, la prima scuola malese ad offrire un’educazione inglese all’elite malese destinata ad essere impiegata presso l’amministrazione coloniale.

A quel punto sono vicino alla stazione delle corriere dietro alla quale c’è un ristorantino indiano dove decido di pranzare e riposare in attesa della partenza del mio autobus prevista per le due. L’aria condizionata sull’autobus non funziona, ma nonostante la sudataccia arrivo vivo e vegeto a Kuala Lumpur prima delle cinque, fine di un altro viaggio. È stata proprio una toccata e fuga, ma mi ha fatto bene.

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