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La basilica del Santo Nino a Cebu

[ Paolo Coluzzi arriva finalmente nelle Filippine dalla Malesia e ci descrive le sue impressioni su Cebu, la prima città da lui visitata. Per leggere la prima parte clicca qui ]

Il volo da Singapore a Cebu dura circa tre ore e mezzo che passo leggendo, guardando video e dormicchiando, poi ad un tratto avvistiamo le isole delle Filippine, alcune delle più di 7000 di cui è formato questo enorme arcipelago.– Evviva, sono quasi arrivato! – All’aeroporto riesco a prendere un taxi con il tassametro e non una delle auto private a tariffa fissa in attesa di clienti con i soldi, e mezz’oretta più tardi arrivo ad uno degli hotel raccomandatomi dalla guida, che si trova a due passi dalla piazza Fuente Osmeña, proprio nel centro della città alta. Fortunatamente hanno una stanza singola libera, per cui salgo in camera, mi rinfresco e poi mi butto sul letto per una meritata “siesta”. Mi risveglio un paio d’ore più tardi e salgo sulla terrazza a prendermi un bel caffè, dopo il quale decido di uscire ad esplorare un po’ i dintorni. Cebu è una città di due millioni e mezzo di abitanti, la seconda città delle Filippine dopo la capitale Manila, ed anche se è molto più rilassata e sicura di quest’ultima, sono un po’ circospetto all’inizio. Effettivamente Cebu dà l’impressione di essere un po’ più rough, “dura”, di qualsiasi altra città del Sudest Asiatico che ho visitato fin’ora, ad esclusione forse di Giacarta; e nonostante effettivamente si vedano poliziotti e guardie di sicurezza dappertutto, e pure qualche mendicante, soprattutto bambini scalzi, nel complesso l’impressione è che stando un po’ attenti si può girare con una certa tranquillità. Proprio accanto a Fuente Osmeña ci sono anche due o tre persone che ogni volta che vi passo vicino cercano di vendermi scatolette di… Viagra! La gente comunque è molto gentile e stranieri se ne vedono pochi, più che altro signori di una certa età accompagnati da una ‘fidanzata’ filippina di 30 o 40 anni più giovane. Ma non voglio assolutamente moraleggiare, perché credo che nella maggioranza dei casi queste coppie, temporanee o fisse che siano, in qualche modo funzionino, ed una certa agiatezza e sicurezza economica viene scambiata con amore e affetto. Comunque devo dire che ci sono ragazze in giro veramente splendide, con i loro nasini leggermente schiacciati, le labbra carnose, i begli occhi leggermente a mandorla ed i lunghi capelli corvini, e capisco la tentazione… Dato che l’orario è lo stesso della Malesia e ci troviamo parecchio più a est, il sole qui sorge e tramonta un paio di ore prima e alle sei e mezza è già completamente buio.


La mattina dopo ho in programma di farmi un giro per la città bassa vicino al mare, la parte più vecchia. Mi faccio a piedi i due chilomentri circa che separano la città più moderna (ci sono addiritura alcuni grattacieli) da quella più storica, osservando la gente, i negozi, i chioschi, e soprattutto la moltitudine di coloratissime jeepney che mi passano accanto per la strada. Le jeepney sono delle specie di minibus, ovvero dei camioncini sulla cui parte posteriore viaggiano i passeggeri seduti su due panche poste una di fronte all’altra sui due fianchi, che vengono “individualizzate” dai loro proprietari con scritte e disegni vivaci sulle fiancate, un tocco di colore in mezzo al grigio cittadino…

 

Un Jeepney sulle strade di Cebu – foto © 2012 Paolo Coluzzi

 

I siti storici di Cebu sono tutti di ascendenza spagnola: prima di tutto vado a visitare la frequentatissima Basilica del Santo Niño eretta nel 1737 dopo un ennesimo incendio (la prima versione era del 1565), ed il chiosco che si trova sul retro di quest’ultima in cui viene venerata la Croce di Magellano, nel supposto luogo dove quest’ultimo piantò la croce originale al suo arrivo a Cebu, poco prima di essere ucciso. All’arrivo degli spagnoli i filippini erano animisti e c’era anche qualche comunità mussulmana, ora la grandissima maggioranza dei filippini sono ferventi cattolici. E questo lo noto non solo dal numero di persone che vedo nelle chiese che visiterò, ma anche dai programmi televisivi, le immagini di Gesù e della Madonna e soprattutto dalla gente che vedo farsi il segno della croce ad esempio prima di mangiare. Con la religione i filippini dovettero anche cambiare il nome, e questo spiega perché tutti i nomi e cognomi sono spagnoli, a parte un certo numero di nomi più recenti di origine americana.

Pare che sia a causa della politica cattolica del proibire l’uso di contraccettivi che la popolazione delle Filippine sia una delle più alte del Sudest Asiatico (più di 92 millioni di abitanti e in costante aumento), il che fa sì che l’ambiente naturale sia sotto costante pressione e che non ci siano abbastanza risorse ed opportunità per tutti, con conseguenti alti livelli di povertà e di delinquenza soprattutto nella capitale. Ma anche qui come in Paesi come l’Indonesia, la Cambogia o il Myanmar, la povertà è abbastanza relativa perché chi vive in campagna riesce a sopravvivere anche con poco, e, cosa che dovrebbe far riflettere noi occidentali stressati, consumisti e viziati, sempre con un sorriso sulla bocca. Insomma, nonostante l’influenza spagnola e americana, che si nota molto nel modo in cui i filippini si vestono, mangiano e nella musica che ascoltano (oltre che nel fatto che si guida sulla destra, laddove in altri paesi del Sud Est Asiatico è a sinistra, e che quasi tutti parlano almeno un po’ d’inglese), i filippini rimangono tipicamente dei sudest asiatici, almeno per il momento…

Una delle baraccopoli di Cebu – foto © 2012 Paolo Coluzzi

Ma tornando al centro storico di Cebu, dopo la Basilica e la Croce di Magellano mi dirigo verso il forte San Pedro, eretto dagli spagnoli nel 1565, piccolo ma carino, con un bel giardino nel cortile e la possibilità di percorrere in alto tutto il perimetro delle mura. Dopo il forte vado a cercare la Casa Gorordo, un vecchio palazzo signorile ora aperto al pubblico, solo che quando vi arrivo scopro che la chiusura settimanale è proprio di lunedì. Poco male, ho l’occasione di vedere un po’ quella parte della città abbastanza povera ma con interessanti vecchie costruzioni di legno, per por ritornare sempre a piedi al mio albergo. Il resto della giornata lo passo in assoluto svacco, leggendo, prendendomi un caffè sulla terrazza, girando un po’ per i negozi ed il centro commerciale (sì, anche qui!) vicino a Fuente Osmeña, controllando la posta elettronica… In realtà in un Paese nuovo si impara tanto sulla cultura e la mentalità locali anche dalle cose più banali…

 

[ fine della seconda parte – leggi qui la terza parte con il prosieguo del viaggio a Bohol ]

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