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L'isola di Bohol

Stradina interna

foto © 2012

[La terza e ultima parte del viaggio del professor Paolo Coluzzi dalla Malesia verso le Filippine, passando per Cebu – leggi la prima parte e la seconda parte]

All’indomani del mio giro nel centro storico di Cebu, prendo un taxi per farmi portare verso il mare, all’imbarcadero numero quattro da cui partono i traghetti per la mia destinazione finale: l’isola di Bohol. Prendo il biglietto per il traghetto delle dodici e mezza che arriva a Tagbilaran, il centro abitato più importante dell’isola, poco prima delle quattro. Dall’imbarcadero un trycicle (moto con rimorchio di fianco, anche queste coloratissime come i jeepney) mi porta alla guesthouse in centro in cui trovo una stanza libera. Il Nisa Travellers Inn è proprio carino, ubicato al primo piano di una vecchia casa coloniale, con un bel cortile interno in cui sono stati disposti tavolini e sedie. Quanto tempo passerò piacevolmente nei seguenti tre giorni ad uno di quei tavoli a gustarmi caffè e a leggere! E che goduria starmene un po’ per conto mio, senza altre distrazioni se non dei buoni libri da leggere ed un nuovo mondo da scoprire! Sistemate le mie cose in stanza e preso il mio primo caffè, vado fuori a fare un giro per questo paesotto incasinato ma piacevole, in cui, a differenza di Cebu, mi sento totalmente sicuro e a mio agio. La gente è dappertutto cordiale e gentile anche se, pure qui, le differenze sociali sono notevoli.

Un tarsio – foto © Paolo Coluzzi

La mattina dopo vado in un negozio di noleggio motociclette, e ne prendo una per cominciare ad esplorare l’isola. Dopo aver fatto benzina prendo una stradina che porta all’interno dell’isola, verso oriente (Tagbilaran si trova sulla costa occidentale dell’isola), per raggiungere il Centro di Sviluppo e Ricerca sui Tarsi, i nostri piccoli antenati (il tarsio è un antico primate, evolutosi prima ancora delle scimmie) che sono esemplari tipici della fauna locale, per quanto al giorno d’oggi in pericolo d’estinzione. Dieci minuti dopo essermi lasciato alle spalle Tagbilaran mi ritrovo in mezzo alla natura più tipicamente sudest asiatica: il traffico è scomparso e la stradina che sto percorrendo scorre tra i verdi palmeti, le risaie, le casette su palafitta di fibre vegetali, mentre ogni tanto spunta dal verde una massiccia chiesa di pietra in stile rinascimentale-barocco spagnolo, il tutto sotto un cielo azzurrissimo chiazzato di grossi nuvoloni bianchi. Poco dopo il villaggio di Corella e prima di arrivare a Sikatuna c’è una stradina sterrata sulla sinistra che porta al Centro. Una ragazza molto carina dai capelli corvini tagliati corti mi vende il biglietto d’ingresso, poi proseguo in moto per un’altra cinquantina di metri per raggiungere la zona dove si stanno riposando i tarsi (che sono animali attivi solo al buio). La guida porta me ed un altro piccolo gruppo di turisti danesi lungo un breve percorso tra gli alberi e ci mostra dove sono appostate alcune di queste piccole creature dagli occhi giganti e dalle lunghe dita affusolate che finiscono con delle specie di palline, dei piccoli alieni pelosi, degli orsacchiottini molto particolari che riescono a girare la testa di 180 gradi, proprio come i gufi! Essendo creature notturne, quando le vediamo se ne stanno appollaiate sui rami tranquille a riposare. Riprendo poi la strada verso est in mezzo a questa splendida natura, attraverso il fiume Loboc su un ponticello di legno e proseguo verso nordest fino a raggiungere un paio d’ore più tardi le famose “colline di cioccolato” (chocolate hills), una delle maggiori attrattive turistiche di Bohol assieme ai tarsi e al mare. C’è un biglietto da pagare per salire su una di queste colline sulla cui cima è stato costruito un punto di osservazione, oltre che un parcheggio ed un ristorante. Proprio davanti al mio, c’è un altro motorino guidato da una giovane amazzone dai capelli biondi e gli occhi color del cielo. Scoprirò dopo che è una studentessa austriaca in vacanza… sembra che la maggior parte dei turisti qui siano di lingua tedesca o inglese, non vedrò neanche un italiano in tutta la settimana del mio soggiorno filippino.

Le “colline di cioccolato” dell’isola di Bohol – foto © Paolo Coluzzi

Se sono belle viste dalla strada, dall’alto queste colline sono uno spettacolo: a centinaia (ce ne sono esattamente 1268 sull’isola) tutte di dimensioni e forma simile, collinette rotondeggianti, come delle grosse gobbe di cammello, una accanto all’altra, alte un centinaio di metri. Pare che siano il prodotto del sollevamento e successiva erosione di antichi depositi coralliferi, e derivano il loro nome dal fatto che durante la stagione calda l’erba che le ricopre si secca acquistando una colorazione marroncina. Rimango per un po’ ad osservarle, ad osservare il cielo e le nuvole e la lussureggiante pianura dall’altra parte, poi dopo aver scambiato due chiacchiere con la ragazza austriaca mi rimetto sulla mia due ruote e proseguo per il vicino villaggio di Carmen, poi giro a sinistra e seguo per parecchi chilometri la strada che scorrendo a nordovest porta alla costa. Vengo bloccato per una decina di minuti dalla prima delle processioni del Mercoledì Santo che incontrerò per strada, e un’oretta dopo mi appare davanti il mare, con l’isola di Cebu all’orizzonte. Giunto sulla strada costiera, prendo di nuovo a sinistra e, paesino dopo paesino, chiesa dopo chiesa, scorgendo ogni tanto il mare alla mia destra, arrivo finalmente a Tagbilaran che il sole sta quasi tramontando e la mia schiena sta cominciando a farmi vedere le stelle! Solo quando mi avvicino al piccolo capoluogo il traffico aumenta di nuovo, poi riconsegno la moto e me ne torno all’albergo, stanco morto ma pieno di tutta la bellezza che ho veduto.

Per il giorno seguente ho un programma un po’ più leggero. Sarei tentatissimo di noleggiare di nuovo la moto per l’intera giornata, ma le mie spalle e la schiena chiedono venia, quindi raggiungo un compromesso e torno al noleggio moto per prendere la moto solo per mezza giornata. L’idea questa volta è di farmi la strada costiera meridionale per poi girare verso l’interno e tornare a Tagbilaran da Loboc lungo la pittoresca strada fatta il giorno prima. Il tempo è di nuovo bello anche se un attimo più nuvoloso del giorno prima, così tranquillo tranquillo – anche perché la moto che mi hanno dato è priva degli specchietti retrovisori – mi faccio la strada costiera a poca distanza dal mare azzurrissimo facendo pausa nei villaggi di Baclayon e Albuquerque per visitare le belle chiese coloniali piene di fedeli in preghiera e, ad Albuquerque, anche il villaggio di povere casette di legno e fibra vegetale vicino al mare: anche qui parecchia povertà ma anche tanta dignità e perfino allegria. Sempre gentile, sempre a sorridere questa gente… Dopo Albuquerque, attraversato il ponte sul fiume Loboc, a Loay giro a sinistra, verso l’interno, finché non raggiungo il villaggio di Loboc che avevo attraversato il giorno prima. Anche qui faccio una pausa per prendere qualcosa da bere, osservare il fiume che scorre attraverso la lussureggiante vegetazione e per visitare la chiesa, poi riattraverso il ponte di legno sul fiume nella direzione opposta al giorno prima e piano piano, cercando di godere il più possibile del paesaggio tropicale che mi circonda, ritorno verso Tagbilaran per riconsegnare la moto e comprare il biglietto del traghetto per la mattina dopo. Il resto della giornata lo passo in assoluto relax tra cameretta, cortile della guesthouse e in giro per una Tagbilaran più rilassata e tranquilla dei giorni precedenti dato che sia Giovedì che Venerdì Santo sono festa nazionale, la gente non lavora e quasi tutti i negozi sono chiusi.

E così la mattina dopo alle nove e mezza un po’ a malincuore riprendo il traghetto per Cebu, quasi tre ore di traversata, poi in taxi dal porto ritorno al mio albergo vicino a Fuente Osmeña per passare l’ultima mia giornata nelle Filippine. Nel tardo pomeriggio esco a fare un giro e vado a visitare un tempio taoista cinese (ci sono tanti cinesi anche nelle Filippine, e come dappertutto nel Sudest Asiatico sono di solito quelli che stanno meglio economicamente), dietro il quale mi accorgo scorre un fiumiciattolo sulle rive del quale si trova una baraccopoli, ma anche questa ha un aspetto dignitoso e relativamente pulito. Come in tutti i Paesi del Sudest Asiatico che ho visitato, e forse anche di più che in altri Paesi, anche qui nelle Filippine i contrasti sociali sono forti, e ugualmente forte è il contrasto fra tradizione, natura e spiritualità da una parte e modernizzazione e globalizzazione dall’altra. Baraccopoli ed edifici coloniali da una parte, grattacieli e centri commerciali modernissimi dall’altra, luoghi di culto e senso di comunità da una parte e bar, televisione e negozi dall’altra, flora e fauna tropicali da una parte e cemento e autoveicoli dall’altra… La cosa più triste è sapere che probabilmente alla fine saranno la globalizzazione e la modernizzazione a prevalere, per quanto tempo poi il nostro pianeta riuscirà a resistere chi lo sa… non molto credo.

La mattina dopo a mezzogiorno un altro taxi mi porta all’aeroporto di Cebu. Alle tre e mezza parte il mio aereo per Singapore e per le undici di sera sono di nuovo a casa mia a Petaling Jaya. Sono felice perché un altro tassello si è aggiunto alla mia conoscenza di questa fantastica parte del nostro pianeta.

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