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Il tempio buddista Wat Nikrodharam

foto © 2012

[Questa è la seconda parte del viaggio di Paolo Coluzzi in Kedah nel febbraio 2012 – puoi leggere la prima parte cliccando qui]

Il giorno dopo fatta colazione mi apposto alla fermata centrale degli autobus per aspettare la corriera diretta al villaggio di Merbok, vicino al quale si trova il Museo Archeologico di Lembah Bujang, mia prima destinazione dell’assolata giornata. Non conosco la frequenza di questo autobus e non ci sono cartelli che la indichino, quindi non mi resta altro che attendere pazientemente, scambiando ogni tanto due chiacchiere con le altre persone in attesa.

Dopo più di un’ora finalmente giunge l’autobus, vi salgo e mi godo il paesaggio dal finestrino durante l’ora e mezza di tragitto tra Alor Setar e Merbok. Usciti di città attraversiamo un’enorme distesa di risaie e piccoli villaggi (il Kedah è la prima regione in Malesia per la produzione di riso), fermandoci ogni tanto per far scendere o a raccogliere passeggeri. So che non siamo distanti dalla costa, ma deve passare più di un’ora prima che finalmente riesca a scorgere l’azzurro Mar delle Andamane alla mia destra, mentre ci avviciniamo al Gunung Jerai, una montagna di 1217 metri d’altezza ricoperta da giungla che si erge alla nostra sinistra, a poca distanza dal mare, un’enorme roccione verde che spunta dalla vasta pianura. Poco dopo la strada che percorriamo si inoltra nella fitta vegetazione che si trova tra le pendici del monte ed il mare, e dopo altri venti minuti finalmente arriviamo a Merbok, alle falde meridionali della montagna. È già l’una, il momento più caldo del giorno, e sotto il solleone devo farmi a piedi trascinandomi dietro la mia borsa i due chilometri e passa in salita che mi separano dal Museo. Nonostante l’acqua che avevo con me, arrivo al Museo mezzo disidratato e grondante di sudore. Mi compro subito una bibita e sono pronto per la visita al museo, che era un po’ la ragione principale del mio viaggio in questa regione.

E mi rendo subito conto che questa visita valeva la fatica di arrivare fino a qui. Nel museo ci sono foto e spiegazioni (anche se non tutte anche in inglese) sulla storia della regione e sui ritrovamenti fatti, oltre ad un’interessantissima esposizione di alcuni dei manufatti ritrovati, tra cui statuine di Buddha e di altri dei indù. A partire dal quarto secolo dell’era cristiana, infatti, tutta questa ragione costiera costituiva un regno induista-buddista, che prosperò fino all’arrivo e alla diffusione dell’Islam. Altra testimonianza della forte influenza culturale che l’India ha esercitato su tutto il Sudest asiatico, la cui eredità è ancora viva anche nei Paesi poi islamizzati, nelle lingue locali come nelle tradizioni.

Finita la visita al museo vero e proprio mi dirigo verso la vasta area dietro il museo dove sono stati parzialmente ricostruiti alcuni della cinquantina di templi scoperti in zona; peccato non poterli vedere nella loro interezza, dovevano essere magnifici. Una visita comunque interessantissima, in una zona molto bella della Malesia, con i picchi del monte Jerai da una parte e la giungla tutta attorno. E così arriva l’ora di tornarsene a Merbok per cercare di prendere un altro autobus diretto alla cittadina di Sungai Petani, una trentina di chilometri ad est di Merbok. Da Sungali Petani poi l’idea è di cercare una corriera che mi porti alla città di Taiping più a sud. Ma qualcosa di inaspettato accade. Sono appena uscito dal parco archeologico che due macchine, anch’esse provenienti dal museo, mi si fermano accanto ed una signora malese mi chiede se ho bisogno di un passaggio fino a Sungai Petani. Che meraviglia, certo! Mi fanno salire, marito e moglie davanti – un medico e un’infermiera – ed il figlio adolescente accanto a me. Nella macchina che ci segue ci sono altri parenti, in comitiva per approfittare di quella bella giornata di vacanza per rilassarsi in compagnia.

Dopo avere domandato di me ed il mio lavoro, la signora mi chiede se sono di fretta. Beh, non proprio, dico. E lei: «Perché allora non vieni con noi a fare un giro sul Gunung Jerai, che poi ti riportiamo a Sungai Petani?» – Ci penso su qualche secondo e poi rispondo: «Con molto piacere!». E così passo altre quattro ore in compagnia di questa simpatica famiglia, che mi porta in macchina fino in cima al monte. Purtroppo c’è un po’ di foschia nell’aria, ma da lassù si riesce tuttavia a vedere tutta la campagna attorno e la costa; se la visibilità fosse stata migliore, sarei riuscito a vedere Alor Setar, il confine tailandese e persino l’isola di Langkawi in lontananza!

Dopo esserci fatti le foto di rito, ripercorriamo la strada per la pianura, anche se al ritorno non vediamo più le scimmiette che ci avevano osservato incuriosite mentre salivamo. Arrivati giù, le macchine si fermano davanti ad un ristorante e i miei accompagnatori mi offrono da bere e da mangiare prima di riportarmi a Sungai Petani. Vi arriviamo che sono già le otto passate e corriere per Taiping non ce ne sono più. Ci penso su un attimo: a Taiping ci posso andare un altro fine settimana, mentre l’isola di Penang si trova poco più a sud e forse dovrei approfittare di questa occasione per andare a Georgetown e magari poter osservare qualcosa della festa di Cap Go Mei (il festival delle lanterne), l’ultimo giorno delle due settimane del Capodanno Cinese, e, chi lo sa, magari anche qualcosa del Thaipussam. Cambiamento di piano: decido di prendere uno dei tanti autobus per Butterworth che dista poco più di mezz’ora da lì, e arrivatovi prendo il traghetto che in venti minuti mi porta sull’isola di Penang. E mentre dal traghetto osservo le luci dell’isola sono veramente contento che le circostanze mi abbiano riportato in uno dei miei posti favoriti di questo Paese.

Dopo essere sbarcato mi metto subito alla ricerca di una pensioncina girando per le strade ed i vicoletti di questo concentrato di storia e di culture, ma in tutti i posti che provo la risposta è sempre la stessa: «Siamo al completo!» – A quel punto decido di provare presso l’hotel dove avevo alloggiato l’ultima volta, una bella casa coloniale appena fuori dal quartiere cinese, e lì sì che c’è posto, anche se le tariffe sono un po’ più alte di quelle delle guesthouse per backpackers. Tra l’altro ho scoperto che le scene iniziali del film Oltre Rangoon ambientato in Myanmar sono state girate proprio in quell’albergo! Mi rinfresco e poi esco a cenare.

Esco dal ristorante che ha cominciato a piovere, ma decido in ogni caso di farmi due passi fino al padang di fronte al mare dove mi hanno detto si stanno svolgendo i festeggiamenti per Cap Goh Mei. Infatti nonostante la pioggia il padang è pieno di gente, mentre sul lungomare riesco ancora a vedere qualche ragazza cinese che sta buttando il suo mandarino in mare (il frutto, non uno degli antichi membri della burocrazia cinese!), un’usanza cinese per questa festa di buon auspicio per trovare l’anima gemella. Nonostante la pioggia, vedo anche una danza del drago e, un’oretta dopo, un bellissimo spettacolo pirotecnico.

Associazione Buddhista di Penang – foto © 2012 Paolo Coluzzi

La mattina dopo il cielo è di nuovo terso ed il sole cocente. George Town la conosco oramai abbastanza bene, ma non mi stanca mai girare per le sue strade fiancheggiate da belle case-bottega cinesi, templi ed edifici coloniali. Questa volta però voglio approfittarne per visitare due posti che non ho ancora visto. Una mattinata in chiave buddista, dato che si tratta di due templi di questa religione, uno però molto diverso dall’altro. Infatti un tempio è buddista tibetano, la prima volta che ne visito uno. Non è molto grande, ma mi colpiscono gli arazzi sulle pareti, di stile completamente diverso dalle immagini che si possono vedere nei templi cinesi o tailandesi, più colorati, più vividi. L’altro tempio invece, che rimane un po’ fuori dal centro e che devo perciò raggiungere in taxi, si trova nell’edificio dell’Associazione Buddista di Penang. Nonostante sia un tempio buddista mahayana cinese, poco ha a che vedere con i templi cinesi che ho visto fin’ora. L’edificio infatti è un grosso palazzo coloniale, in stile tra il neoclassico e il liberty, e persino le statue del Buddha e dei vari Bodhisattva all’interno paiono statue rinascimentali! Pranzo in un ristorante cinese e poi, un po’ a malincuore, mi ridirigo verso l’imbarcadero per tornarmene a Butterworth, da cui circa tre ore più tardi (essendo un fine settimana lungo, gli autobus sono strapieni) riesco finalmente a prendere una corriera per Kuala Lumpur. All’indomani si riprende col lavoro!

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