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Shwedagon Paya, Yangon

Per il Capodanno cinese abbiamo due giorni di ferie, giovedì e venerdì, che sommandosi al fine settimana diventano quattro giorni liberi. Aggiungendo a questi altri tre giorni (le lezioni del secondo semestre non sono ancora cominciate), mi ritrovo con un’intera settimana a mia disposizione per farmi un altro viaggetto. Decido quindi di tornare in Myanmar, un paese che tanto mi aveva affascinato quando c’ero stato la prima volta, tre anni prima. Ne avevo proprio voglia, anche se allo stesso tempo temevo i cambiamenti che vi avrei trovato, alcuni senz’altro positivi per i birmani, altri sicuramente molto meno.

La prima differenza con la volta precedente la trovo all’ambasciata del Myanmar a Kuala Lumpur, presso la quale devo richiedere il visto turistico: tre anni fa si trattava di un edificio piccolo, con finestrelle davanti alle quali bisognava fare una lunga fila nel giardino, per poi tornarci tre-quattro giorni dopo per ritirare il passaporto. Questa volta mi ritrovo in un’ampia sala di attesa al coperto, con sedili e ventilatori, e non devo aspettare neanche un minuto: consegno subito il passaporto con le foto e la domanda compilata, e quello stesso pomeriggio posso già tornare a ritirare il documento con il visto bell’e pronto!

Parto finalmente sabato 14 febbraio 2015 alle 5.20 del pomeriggio e arrivo alle 6.25 all’aeroporto internazionale di Yangon, la capitale del Paese. Solo un’ora? No, magari: sono due ore e mezza di volo, ma l’ora del Myanmar è un’ora e mezzo indietro rispetto a quella della Malesia, e un’ora avanti rispetto al fuso orario indiano…

Quando viaggio da solo di solito non prenoto l’albergo, ma avendo sentito dalla mia collega colombiana Mireya delle difficoltà che aveva incontrato a trovare alloggio (lei era stata in Myanmar dopo di me, cioè dopo l’apertura del Paese in seguito alla visita ufficiale di Hillary Clinton alla fine del 2011), avevo deciso di prenotare per le prime due notti, con il vantaggio che l’alberghetto prenotato offriva anche il transfer dall’aeroporto. Ora che l’Occidente ha decretato che viaggiare in Myanmar non è più pericoloso o non-etico, il numero di turisti è aumentato enormemente e, visto che l’aereo arrivava un po’ tardi, correvo veramente il rischio di non trovare alloggio.

All’uscita dall’aeroporto c’è il furgone dell’hotel ad aspettare me e altri due clienti arrivati da Bangkok, e impieghiamo un’oretta per arrivare all’albergo che si trova nella parte orientale del centro città. L’albergo non è male, ma non è così accogliente come quello in cui avevo alloggiato tre anni prima, e la stanza ha solo una finestrella che dà su un cortile interno dalla quale praticamente non entra luce naturale. Cambio subito dei dollari che mi sono portato appresso ed esco a cenare in un ristorantino cinese a due passi dall’albergo.

Secondo grosso cambiamento dalla volta precedente: prima non c’erano bancomat in Myanmar e bisognava portarsi dietro tutti i dollari di cui si aveva bisogno, mentre ora mi accorgo che i bancomat per prelievi internazionali si trovano dappertutto. Se l’avessi saputo avrei evitato di portare tanti dollari, con la costante preoccupazione che non vengano accettati: in Myanmar infatti le banconote devono essere come nuove, basta una minima imperfezione perché vengano respinte.

La mattina dopo, fatta colazione, vado subito alla stazione dei treni, un interessante edificio coloniale britannico in stile misto birmano-inglese, davanti alla quale si trovano le agenzie dei pullman che portano a tutte le destinazioni del Paese. Di solito gli alberghi offrono anche il servizio di vendita biglietti, ma il mio albergo aveva già venduto tutti quelli che aveva a disposizione per il giorno appresso, altro segno dell’aumento dei turisti, e così devo arrangiarmi io per acquistare il biglietto per il lago di Inle, mia destinazione principale per questa vacanza. La volta prima, oltre a Yangon, ero stato nella bellissima Bagan, a vedere i suoi meravigliosi templi, e a Mandalay, mentre questa volta avevo optato anche per la natura piuttosto che solo per i templi buddisti.

Dopo aver comprato il biglietto per il giorno dopo, vado a farmi un lungo giro a piedi per il centro città, per rivedere alcuni dei posti che avevo visitato tre anni prima, come il Sule Paya, il grosso stupa che si trova nel mezzo della rotatoria principale del centro città, i giardini di Mahabandoola di fronte al bel municipio, anch’esso in stile birmano-inglese, e gli altri imponenti edifici coloniali inglesi lungo Pansodan Street. Dopodiché arrivo a Strand Road, il largo viale che costeggia il fiume Yangon, lungo la quale si trova il famoso (e costoso) hotel Strand in stile coloniale, per arrivare finalmente al Botataung Paya, il tempio buddista famoso per conservare, si dice, alcuni capelli del Buddha. A due passi dal tempio si trova uno dei vari moli dell’ampio fiume da cui si può osservare quest’ultimo e le barche che lo solcano, oltre alla vegetazione sull’altra sponda. Il sole picchia forte, e a quel punto decido di tornarmene all’albergo a riposare e leggere un po’ prima di uscire di nuovo.

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