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Paolo Coluzzi, in cima alla Marina Bay Sands (Singapore)

foto © 2012

L’ultimo fine settimana di aprile lo passo con Rie, la mia amica giapponese, a Singapore, la “piccola Cina” (il 74% circa della popolazione è cinese, il 13% malese e il 9% indiana, più altri) che si trova a 360 chilometri a sud di Kuala Lumpur. Prendiamo la corriera delle 3.30 del pomeriggio per arrivare a Johor Bahru alle 8 di venerdì sera, poi sbrighiamo le formalità doganali malesi prima del ponte che collega la terraferma a Singapore, e quelle singaporiane dall’altra parte. Dopodiché un’altra ventina di minuti di viaggio per raggiungere la stazione delle corriere di Beach Road. Sono stato a Singapore in tante occasioni, ma è la prima volta che la raggiungo in corriera, un’esperienza nuova e molto piacevole, anche perché il panorama che osserviamo dall’autostrada è bello sotto il sole equatoriale… Mi piace anche sentire la distanza, vedere la strada che unisce una meta all’altra, tutte cose che si perdono quando si va in aereo. Il viaggio non comincia quando si arriva, ma dal momento stesso in cui si parte, ed il percorso è tanto importante quanto la meta. E poi sono in ottima compagnia, anche se per buona parte del viaggio Rie dorme, un po’ perché è stanca, un po’ perché soffre d’auto e la pillola che prende le dà sonno.

Il quartiere indiano dove si trova la guesthouse che abbiamo prenotato fortunatamente non si trova lontano da Beach Road, per cui percorriamo a piedi il tratto di strada che ci separa da Little India, passando attraverso Kampong Glam, il quartiere arabo-malese. Arriviamo alla guesthouse come avevamo calcolato alle 10 in punto, facciamo il check-in ed usciamo subito a cenare in uno dei tanti ristorantini indiani di cui è piena Little India. Sono proprio contento di essere di nuovo a Singapore! Mi viene in mente quella vecchia canzone dei Nuovi Angeli: ‘Singapore, io vado a Singapore, benedette care signore…’. Quando ero piccolo e ascoltavo quelle note, chi avrebbe mai detto che un giorno l’avrei visitata? L’Oriente… Era solo un sogno viaggiare così lontano per un ragazzino della mia generazione e classe sociale; il massimo per me era stato andare in treno in Inghilterra con un amico quando avevo sedici anni.
La mattina dopo ho un bel giretto in programma per permettere a Rie di farsi un’idea di questa città stato, tanto delle zone più storiche quanto di quelle più moderne (che so che le piaceranno molto, da buona giapponese). Prima di tutto raggiungiamo a piedi il famoso Raffles Hotel, bell’edificio coloniale del 1887, e da lì, attraversando il padang (il prato che fa da piazza centrale nelle città malesi) ed il ponte Anderson del 1910, arriviamo al simbolo di Singapore, la grande statua del Merlion, la mitica creatura orientale mezza leone e mezza pesce, che si affaccia sul mare di Marina Bay. Questo è probabilmente il punto più turistico di tutto il Paese, ed assieme a noi ci sono dozzine di turisti che si stanno facendo immortalare davanti al Merlion con i nuovi grattacieli di Marina Bay Sands sullo sfondo. E dopo le foto questi ultimi sono la nostra prossima destinazione: venti minuti di cammino tutt’attorno alla baia per raggiungere attraverso il nuovo avveniristico ponte pedonale il grosso centro commerciale The Shoppes alla base delle tre torri. Mentre l’ultima volta che ero venuto qui metà dei negozi erano ancora in fase di allestimento, ora il centro è in piena funzione.

Ci rifocilliamo e dissetiamo in un grosso food court, e poi ci rimettiamo in cammino per raggiungere i grattacieli attraversando un sottopassaggio. Il mio piano era di dare un’occhiata alla lobby e ai ballatoi interni dell’hotel sui quali si affacciano le stanze (interessante anche per la forma affusolata verso l’alto di questo ampio spazio alla base delle torri) e poi di prendere l’MRT (la metropolitana di Singapore) per andare al quartiere cinese. Rie però ha un’idea migliore: perché non prendere un biglietto per salire su al 56° piano per vedere il panorama dal belvedere che si trova ad un’estremità del ‘vassoio’ che sembra appoggiato orizzontalmente sulla cima delle tre torri? E così dopo un po’ entriamo nell’ascensore che in pochi secondi si fa tutti i 56 piani. Nella mia vecchia casa di Arese il mio ascensore impiegava esattamente lo stesso tempo per fare quattro piani! Ma dall’alto la vista è grandiosa, con Singapore ed i suoi grattacieli da una parte, e l’ampio porto (il più grosso del mondo), il mare dello stretto di Malacca e le prime isole indonesiane all’orizzonte dall’altra. Ci fa venire un po’ le vertigini avvicinarci al parapetto protetto, ma naturalmente non perdiamo l’occasione per farci qualche foto. Da una parte si può vedere anche la grandiosa piscina riservata ai clienti, immersi nella quale possono osservare lo stesso paesaggio a 56 piani di altezza che si trova attorno a noi… Incredibile! Quando scendiamo mi si tappano le orecchie, peggio di un aeroplano all’atterraggio!

 

I grattacieli di Marina Bay Sands a Singapore – © 2012 Paolo Coluzzi

Dopo le Sands arriviamo in metropolitana alla mitica Chinatown di Singapore, e dopo un giretto per le sue strade centrali lungo le quali si allineano centinaia di botteghe e belle case antiche perfettamente mantenute (non come a Kuala Lumpur dove la maggior parte delle case bottega cinesi non sono nelle migliori condizioni), arriviamo al Tempio della Reliquia del Dente del Buddha. Edificato nel 2008 in stile tradizionale Tang, la prima volta che venni a Singapore dal Brunei non esisteva ancora o era forse in costruzione, ora invece lo visito ogni volta che sono da queste parti. Al pian terreno ci sono due enormi sale con le statue di Maitreya, il Buddha a venire, e Kwan Yin, la dea della Misericordia, versione cinese del Bodhisattva Avalokitesvara, molto importante nell’iconologia del Buddhismo Mahayana. Al primo piano invece c’è una fornitissima biblioteca-libreria specializzata in Buddhismo ed un piccolo caffè; al secondo piano si trova un interessantissimo museo sul Buddhismo, al terzo una cappella in cui si conserva la reliquia che dà il nome al tempio e infine sul tetto c’è un rinfrescante giardinetto con in mezzo una grossa ruota della preghiera in stile tibetano. Mentre avevo già visitato tutto il resto, per qualche ragione era la prima volta che andavo nella biblioteca-libreria. Anche se ci ero già stato varie volte, non mi stanca affatto tornare a visitare con Rie gli altri piani, rivedere le belle statue del Buddha provenienti da tutta l’Asia, cercare tra i libri e guardare la gente assorta nella lettura di qualche testo buddista. Mi piace anche sedermi a gambe incrociate davanti alla reliquia, con tutto attorno fedeli in preghiera o che fanno meditazione. Tutto ciò mi fa star bene, mi dà una gran sensazione di pace…

 

Esterno del tempio del Dente del Buddha a Singapore – © 2012 Paolo Coluzzi

Finita la visita al tempio ci incamminiamo verso il ponte Elgin del 1929 che attraversa il fiume Singapore davanti al Boat Quay, il Molo delle Barche, ora diventato uno dei centri della ‘movida’ singaporiana. Passiamo accanto al Parlamento e finalmente giungiamo alla fermata della metropolitana che ci permette di tornare a Little India, alla nostra pensioncina per recuperare un po’ le forze che con questo clima caldo e umido si perdono facilmente. Concludiamo la giornata nella zona commerciale di Orchard Road dove finiamo col cenare in un altro dei tanti centri commerciali che si allineano ai due lati della strada.

La mattina seguente, dopo colazione e la lettura del giornale, io e Rie ci dirigiamo di nuovo a Kampong Glam, il quartiere arabo-malese, molto carino, con la sua grossa Moschea del Sultano, i tanti ristorantini malesi e mediorientali e le sue botteghe di artigianato. Dopo aver gironzolato un po’, ci sediamo al tavolino di un ristorante pachistano proprio in Bassorah Mall, la bella strada pedonale alberata che comincia proprio davanti alla Moschea. La musica proveniente dal ristorante non mi giunge nuova… sì, ne sono sicuro, si tratta di musica sufi pachistana. Il sufismo è quella corrente mussulmana molto aperta a tendenza mistica, dove spesso la musica, la danza (pensate ai dervisci rotanti) e pure forme di meditazione occupano una posizione centrale. Chiedo al gestore che mi dà la conferma: si tratta proprio di musica cerimoniale tradizionale Sufi! Ma, gli chiedo, ci sono gruppi Sufi qui a Singapore? In Malesia tutto ciò che è al di fuori dell’Islam ufficiale non è permesso, almeno sulla carta. Mi risponde che invece a Singapore c’è totale libertà, e qualsiasi setta di qualsiasi religione, incluso l’Islam, è permessa, sempre che si dimostri aperta e tollerante. Ed infatti noterò che in giro per Kampong Glam ci sono varie botteghe artigianali e ristoranti con la parola ‘Sufi’ sull’insegna… Interessante.

Finito l’ottimo pranzo, ci dirigiamo lentamente verso la stazione delle corriere nella vicina Beach Road, scoprendo che, non si capisce bene perché, in realtà più che di stazione si tratta di un piccolo centro commerciale monopolizzato da immigrati tailandesi, dove riesco persino a trovare dei VCD di Tai Oratai, la mia cantante tailandese preferita. Alle tre finalmente partiamo su un autobus diretto a Kuala Lumpur che, invece di passare per il vecchio ponte da cui eravamo arrivati due sere prima, attraversa il nuovo ponte più ad ovest; e così nonostante avvicinandoci alla capitale il traffico sia piuttosto intenso, arriviamo alla stazione di Taman Tasik Selatan verso le otto di sera.

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