di
Giardini di Changdeok

foto © 2012

[Kuala Lumpur è un’ottima base per viaggi interessanti attorno a tutto il Sud Est Asiatico… Ma grazie alla compagnia aerea low cost Air Asia, si possono facilmente raggiungere mete interessanti nel resto dell’Asia, come ci racconta Paolo in questo suo ultimo diario….]

Finite le mie vacanze estive in Italia, venerdì 16 agosto mi aspetta un altro lungo viaggio, questa volta in Estremo Oriente, in quel piccolo Paese che nel giro di poche decine d’anni è passato dalla condizione di Paese in via di sviluppo ad essere una delle economie più forti dell’Asia. E questo nonostante una sfortunata storia di invasioni e colonialismo giapponesi e di guerra civile con il classico intervento degli Stati Uniti, un Paese che è sempre pronto a menare le mani per difendere la ‘libertà’ (particolarmente dal punto di vista economico, e meglio ancora se si può ottenerne un tornaconto personale)… Sto parlando della Corea del Sud.

Era da tempo che mi incuriosiva la Corea. Mi incuriosiva, ma allo stesso tempo non mi attirava molto, un Paese che vedevo sotto una luce piuttosto negativa a causa delle impressioni che mi avevano messo in testa la televisione, articoli letti e racconti ascoltati sia da coreani che da stranieri: un Paese ipertecnologico e consumista di gente frustrata e sola; una popolazione che stava rapidamente abbandonando molte delle cose che la legavano al passato, tra cui la sua religione tradizionale, il Buddhismo, per abbracciare quella arrivata dall’occidente, il Cristianesimo; un popolo edonista in cui una grossa percentuale di giovani e meno giovani si sottomette ad operazioni di chirurgia plastica per ‘abbellirsi’, il che vuol spesso dire apparire più occidentali…
Ma il bello del viaggiare, e lo sapevo, è che ti aiuta sempre a superare dei pregiudizi, perché tutti i Paesi del mondo hanno sempre assieme ad aspetti negativi anche tanti aspetti positivi che spesso si colgono solo con l’esperienza diretta. È così scopro un Paese sì consumista ed occidentalizzato, ma anche pieno di persone gentili e disponibili, di storia e di belle tradizioni… Certo, come dappertutto nel mondo, questa parte più ‘naturale’, a misura d’uomo, sta rapidamente lasciando il posto ad un capitalismo sfrenato, accompagnato e sostenuto dai processi di globalizzazione e di modernità a tutti i costi che conosciamo…

 

Il Cheonggyecheon - foto © Paolo Coluzzi
Il Cheonggyecheon – foto © Paolo Coluzzi

 

L’aereo parte la mattina alle nove, ma devo alzarmi prima delle quattro per prendere il taxi che mi porta alla Stazione Centrale da cui partono le corriere per l’aeroporto LCCT (dal maggio 2014 lo scalo si è sposato al KLIA 2, ndr). Dopo poco più di sei ore di volo, verso le tre e mezza del pomeriggio (la Corea è un’ora avanti rispetto alla Malesia), arrivo al gigantesco aeroporto internazionale di Incheon, dove trovo Jisun ad aspettarmi… Jisun è la mia ex collega dell’Università, insegnante di violino, che abitava nel mio stesso condominio qui a Petaling Jaya e con cui avevo passato tanti bei momenti prima che se ne tornasse nel suo Paese due anni e mezzo prima. Ci siamo sempre tenuti in contatto e, dopo una sua visita in Malesia un anno e mezzo fa, andavo ora in Corea, per fare visita sia a lei che al suo Paese. Jisun è una coreana che fa fatica ad accettare e a adattarsi alla cultura moderna del suo Paese, particolarmente alla sua cultura del lavoro; si sente sola e in più deve subire le pressioni della famiglia perché trovi marito a tutti i costi. D’altronde Jisun non è una tipica coreana avendo studiato negli Stati Uniti dove ha passato molti anni della sua vita.

 

Prendiamo l’autobus che porta a sud del centro di Seoul (che, scopro, si pronuncia ‘sooul’) e ci impieghiamo quasi due ore per arrivare dove lei abita, passando prima vicino al mare (Incheon si trova su un’isola) e poi accanto a decine e decine di moderni caseggiati, fino a che raggiungiamo la città vera e propria lungo l’ampio fiume Hangang che la attraversa da est ad ovest, mentre tutto attorno si ergono le numerose colline che circondano la capitale. Dopo un breve riposo nel suo appartamentino, usciamo a cenare e poi ci facciamo due passi per il quartiere, ampi viali ai lati dei quali si allineano alti edifici con negozi e locali vari, in stile senz’altro più europeo che malesiano. Quando finalmente ci ritiriamo, un po’ per la levataccia, un po’ per il caldo afoso e un po’ anche per gli effetti del jet-lag ‘italiano’, sono veramente stravolto.

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