di
Donne indiane

foto © 2014

Per le vacanze tra il primo e il secondo semestre dell’università a Kuala Lumpur avevo deciso di visitare Bodhgaya, il luogo in cui il Buddha ottenne l’illuminazione, il posto più sacro del Buddhismo che da tempo anelavo a visitare. Sarebbe stato una specie di pellegrinaggio, ma anche un modo di cominciare a conoscere uno dei paesi più affascinati del mondo: l’India. In realtà avevo già preventivato di andarci a novembre del 2013, durante la settimana di vacanze di mezzo semestre, ma mi era stato allora appena restituito il passaporto con il nuovo visto di lavoro per la Malesia e non c’era stato il tempo di fare domanda per il visto indiano. E poi mi era rimasta una sola pagina vuota nel passaporto, e per il visto indiano ne avevo bisogno di almeno due, il che significava che dovevo anche rifare il passaporto dopo solo poco più di tre anni dal rilascio! Il passaporto dura dieci anni, ma le pagine non sono sufficienti per un viaggiatore indefesso come il sottoscritto! Quindi avevo dovuto seguire tutte le procedure, prima per ottenere un nuovo passaporto dall’Ambasciata, e poi il visto indiano, che richiede circa due settimane, tre viaggi all’agenzia indiana che si occupa dei visti e pure parecchi soldi tra costo del visto e del servizio (270 ringgit in totale). Ma alla fine era tutto a posto e potevo finalmente partire sabato 25 gennaio 2014 alle 8 di mattina con un volo delle Thai Airways, una delle poche linee aeree non indiane che atterrano direttamente nel piccolo aeroporto di Gaya, cittadina della regione del Bihar, nordest dell’India, 12 chilometri ad ovest di Bodhgaya. Quindi da Kuala Lumpur avrei dovuto cambiare a Bangkok per prendere un piccolo aereo di pellegrini e monaci buddisti, tutti provenienti da paesi buddisti, tranne il sottoscritto.


L’aereo è mezzo vuoto, forse anche per via della bomba che era esplosa a Bodhgaya a luglio, fortunatamente senza grosse conseguenze, un attentato terroristico stupido e senza senso, come lo sono tutti gli atti di terrorismo, sia quelli ‘tradizionali’ che quelli di stato, che vengono di solito chiamati ‘guerre’. Mi verrà poi confermato che quest’anno effettivamente ci sono molti meno turisti, soprattutto occidentali, nonostante la sicurezza sia stata altamente rafforzata. Attorno e all’interno del Mahabodhi, il tempio ubicato accanto al Ficus Religiosa, ovvero l’albero (o meglio il discendente dell’albero) sotto al quale Siddharta divenne il Buddha, sono appostati un grosso numero di poliziotti e militari, e per entrare nel complesso si deve passare due volte attraverso un rivelatore di metalli per essere poi perquisiti per bene. Mi sembra sufficiente, e poi le probabilità che avvenga un altro attentato dopo così poco tempo sono minime, almeno lo spero! Così i turisti evitano Bodhgaya forse proprio quando è più sicura, ma questo è un classico, che però porta come risultato la consistente perdita di risorse e lavoro per la gente locale.

Il Mahabodhi - © P. Coluzzi
Il Mahabodhi – © P. Coluzzi

Il volo da Bangkok dura tre ore e mezza, durante le quali sorvoliamo le montagne della Thailandia occidentale e del Myanmar, un vero spettacolo dall’oblò dell’aereo, per raggiungere finalmente la vasta pianura del Gange, sorvolare parte del Bangladesh e del fiume Gange fino ad arrivare alla nostra meta finale alle 16.30 ora malese, due del pomeriggio ora indiana. Quando scendo dall’aereo sono allo stesso tempo emozionato e nervoso per il fatto di trovarmi in un Paese per me totalmente nuovo, notorio per la sua cultura e spiritualità, ma anche per la sua estrema povertà, o meglio per l’enorme differenza che esiste tra i ricchi e i poveri.


I controlli allo sbarco sono parecchio severi, e severi appaiono anche i volti degli addetti e dei poliziotti. All’uscita ci sono vari tassisti appostati in attesa di clienti, ma per quasi tutti gli altri miei compagni di viaggio ci sono già vetture e pulmini in attesa per portarli ai templi dove alloggeranno (quasi tutti i templi hanno annessi degli ostelli per i pellegrini). Io sono uno dei pochissimi che deve contrattare per farsi portare a Bodhgaya. Mi sparano 600 rupie, una cifra che so essere enorme per l’India (30 ringgit, circa 8 euro), cerco di scendere a 300, ma non c’è niente da fare… alla fine riesco ad ottenere uno sconticino di 100 rupie… E vabbe’, dopotutto non ho altre alternative… E così il tassista mi porta all’ostello del tempio del Bhutan consigliato dalla mia guida, a tutta manetta sulla stretta strada di campagna che porta a Bodhgaya, sfiorando passanti, biciclette e auto-risciò, gli ubiqui tuk-tuk locali…


Al tempio bhutanese, molto bello col suo tetto a pagoda, tutte le stanze sono già piene, allora mi faccio portare da un auto-risciò dall’altra parte del paese dove si trova un’altra delle guesthouse raccomandate dalla guida che, forse per il fatto di costare un po’ di più e per la generale scarsezza di stranieri accennata prima, ha varie stanze libere, stanze semplici ma pulite, con televisore e bagno annesso. Anche se al televisore non tenevo proprio, devo riconoscere che le sere seguenti mi permetterà di aprire un’altra finestra sulla cultura popolare di questo Paese. I receptionisti ed il personale poi sono veramente gentili e simpatici, cosa invece per me importante. E li trovo sempre di buon umore, nonostante lavorino 12 ore al giorno (o la notte, a seconda del turno) per sette giorni alla settimana, come tantissimi asiatici d’altronde… E di buon umore troverò in generale anche la gente che incontrerò durante la mia settimana indiana. In realtà gli indiani non hanno il sorriso quasi costante dei sudest asiatici, a volte appaiono addirittura accigliati, ma spesso basta un nonnulla perché la loro espressione seria si sciolga in bel sorriso…


Sono contento di aver trovato alloggio così in fretta perché ho dormito pochissimo e casco dal sonno… Dall’esterno provengono i rumori del traffico e soprattutto dei clacson che in India non smettono mai di suonare, che servano o meno, e per un momento mi invade un senso di vuoto e solitudine e un pensiero nella testa: non sarà un po’ troppo passare un’intera settimana in questo paesotto incasinato e rumoroso? So che quando sono così stanco tendo al pessimismo, quindi mi distendo sul letto e mi faccio un bel pisolo, dopo il quale mi sento già meglio. Sono quasi le cinque quando mi avventuro di fuori, e improvvisamente mi ritrovo immerso nell’India, nella sua diversità, nella sua polvere, nella sua sporcizia, nella sua povertà, nel suo casino. C’è gente dappertutto che cammina o vende qualcosa, e accanto mi sfrecciano biciclette, carretti trainati da cavalli, dozzine di auto-risciò (quelli che in Thailandia chiamano tuk-tuk) e qualche occasionale autoveicolo, tutti di fretta, tutti strombazzanti. Praticamente si guida con una mano sul clacson! E tutti che si fanno il pelo in continuazione. Ma nessuno ci fa troppo caso, è tutto normale per loro, e presto lo sarà anche per me. Vedo anche le prime vacche che camminano placide in mezzo alla strada, anch’esse schivate in continuazione dai veicoli di passaggio…

Un delizioso thali indiano - © P. Coluzzi
Un delizioso thali indiano – © P. Coluzzi

Al primo ristorante che trovo mi siedo per tirarmi sù con un delizioso chai: tè, latte e spezie, la bevanda più tipica del sub continente asiatico, di cui avevo già goduto così tanto a Sri Lanka e in Nepal. Appena finito mi rimetto in marcia in direzione del centro e finalmente, passando attraverso un mercatino e tanta gente che chiede l’elemosina, arrivo in vista del grande tempio di Mahabodhi, la cui guglia di 55 metri svetta sul verde circostante, che il sole è appena tramontato. Che bella sorpresa scoprire che il biglietto d’ingresso è gratuito! Quindi posso entrare subito per dare una prima occhiata preliminare. Sono ancora stanco e mi sento piuttosto ‘moscio’, ma trovarmi nel grosso spazio che circonda il tempio ora illuminato da grossi fari, pieno di monaci e fedeli che vi girano attorno, mi emoziona. E poi penso: “il Buddhismo insegna a non lasciarci dominare dai pensieri negativi che ci passano per la mente, a lasciarli andare e godere del momento… se non lo faccio adesso, in questo posto straordinario dove Buddha si liberò, quando?” E in quel preciso momento sento la tensione rilasciarsi e ricomincio a sentire l’energia positiva e l’entusiasmo che di solito mi animano quando viaggio. Poi esco e ritorno al ristorante dove avevo preso il chai, questa volta per cenare con un ottimo ed abbondante thali, un piatto di riso, chapati e tante ottime verdure e salse (tra cui l’onnipresente dhal, la salsa di lenticchie), per poi tornarmene all’albergo contento e pregustandomi già i giorni a venire, che saranno pieni e molto più belli ed interessanti di quello che temevo all’arrivo. Una sola nota negativa: da quando il sole è tramontato la temperatura è cominciata a scendere di parecchio. Non me lo immaginavo proprio: dopo l’esperienza thailandese (il Nord della Thailandia è certamente più a sud della regione del Bihar in cui si trova Bodhgaya, ma non poi così tanto!) immaginavo che in questo periodo avrebbe fatto fresco la sera, ma addirittura così freddo proprio non lo pensavo…! E io che mi sono portato dietro solo una felpa! Gli indiani che vedo attorno si difendono come possono: chi se lo può permettere indossa una giacca, berretto di lana e sciarpa, gli altri semplicemente una sciarpa avvolta attorno alla testa ed una coperta attorno al corpo.

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