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Mercato di canoe sulle acque del fiume Martapura

foto © 2012

[Ecco la seconda parte del viaggio di Paolo Coluzzi nel Kalimantan – docente di linguistica e di Italiano alla Universiti Malaya di Kuala Lumpur, nel gennaio 2012 si è recato nel Borneo indonesiano – per leggere la prima parte segui questo link]

…La nostra barca a motore comincia a superare lunghe canoe sospinte da pagaie maneggiate da signore dagli sgargianti costumi tradizionali,la maggior parte con il capo coperto da un velo, alcune con gli ampi cappelli tradizionali di fibre vegetali, come delle grosse ceste circolari appoggiate sul capo al contrario a mo’ di ombrelli. Un’oretta dopo la partenza finalmente accostiamo vicino alla riva sinistra in mezzo ad uno sciame di canoe come quelle superate prima, piene di ogni mercanzia da comprare e da vendere (con rupiah ma a volte anche con baratto). Ogni canoa trasporta mercanzia differente, frutta tropicale, banane, rambutan, agrumi, tuberi, ecc. ci sono persino “canoe ristoranti”, che preparano piatti e dolci locali. Io provo dei durian impanati e fritti, una delizia. Che bello rimanere lì sospesi su quell’azzurro, ad osservare questa umanità gentile in febrile attività.

Dopo quasi un’ora facciamo dietrofront e ritorniamo alla base, ed io vado immediatamente a buttarmi sul mio materasso. Mi risveglio a mezzogiorno per il caldo; mi alzo, mi lavo e poi esco a cercare un posto dove mangiare, dopodiché mi metto in un caffè internet. Alle quattro ho già il mio secondo appuntamento per la giornata: con lo stesso ragazzo australiano della mattina e una coppia di tedeschi è previsto un altro giro in barca, questa volta per i canali di Banjarmasin, l’altra attrazione turistica principale della città. Per i suoi canali, Banjarmasin è conosciuta anche come la Venezia dell’Est, ma questo è un epiteto che condivide con altre città sud-est asiatiche, come Bandar Seri Begawan, la capitale del Brunei, dall’altro lato dell’isola.

Ma prima devo trasferirmi in un altro hotel, dato che nessuna delle stanze dell’alberghetto di Johan si è liberata. Ma poco male: anche se il prezzo è più elevato (ma parliamo di qualcosa come 25 euro per notte), l’albergo in cui passerò le altre tre notti che mi rimangono è carino e spazioso.

Il giro per i canali dura un paio d’ore, ed è fonte di piacere e soddisfazione quanto il giro della mattina. Lungo i canali che percorriamo, che si dipartono dal fiume, troviamo di nuovo la città antica su palafitte dove si svolge la vita della maggior parte degli abitanti di Banjarmasin. Rivediamo, ma molto più da vicino, quello che avevamo osservato la mattina, la gente che trascorre la sua vita vicino e sull’acqua, e centinaia di bambini che vi giocano dentro, e quando arriva la nostra barca ci salutano gioiosi, cercano di aggrapparsi al nostro mezzo, o di darci la mano. I più coraggiosi riescono perfino ad arrampicarvici sopra per qualche istante, giusto il tempo di farsi fare qualche foto e poi rituffarsi nel canale. Ricordo che una volta un mio caro amico di Venezia mi aveva raccontato che quando era piccolo e l’acqua della Laguna più pulita, anche lui ed i suoi amichetti si tuffavano nel canali della Serenissima… Rifletto su come è cambiato il mondo con l’avvento delle automobili e dell’asfalto. Una volta, particolarmente nelle zone tropicali, i corsi d’acqua, i laghi, il mare erano le vie su cui la gente si spostava, su cui si traportavano le merci, su cui ci si incontrava… E vivere vicino o sull’acqua significava potersi spostare con più facilità, ma soprattutto significava avere la materia più importante per la vita a portata di mano, l’acqua da bere, per cucinare, per lavare e da cui procacciarsi parte del cibo. Ora invece i fiumi, i laghi, il mare sono morti. Non solo perché ci scarichiamo dentro di tutto, ma anche perché la vita, il fulcro delle attività umane si sono spostati lontano dai corsi d’acqua; così questi ci sono diventati inutili, se non eventualmente per un po’ di diversione estiva… Dove c’erano boschi ora ci sono ferrovie e strade, e l’acqua scorre per chilometri e chilometri in tubi di metallo per arrivare alle gabbie di cemento dove viviamo…

La giornata si conclude con una cena tutti assieme, con Johan e sua moglie che ci portano in un ristorante cinese. Vado a letto quella sera stanchissimo, ma sazio delle meraviglie osservate durante la lunga giornata.

Il giorno dopo, ho deciso, sarà giornata di relax: girerò un po’ a piedi per la città, visiterò la bella Moschea Sabila Muhtadin con le sue cupole piatte color rame ed uno dei templi cinesi della città, passeggerò lungo il fiume, poi mi rilasserò nella mia stanza a leggere e riposare. Naturalmente mi organizzerò per il giorno seguente, l’ultimo del mio breve soggiorno. Mi metto infatti d’accordo con Yadi perché mi porti in moto ai campi di diamanti di Cempaka e a Martapura.

La mattina dopo alle 10.30 arriva Yadi a prendermi nell’albergo, mi infilo il casco e partiamo in mezzo al traffico indonesiano. La strada per Cempaka è abbastanza lunga, una trentina di chilometri da Banjarmasin. Prima di arrivare ai campi di diamanti, facciamo una pausa per visitare il museo di Lambung Mangkurat nel paesino di Banjarbaru, dedicato alla storia e alla cultura locale, molto interessante. Durante la visita un gruppo di simpatiche studentesse che forse non hanno mai visto un occidentale da così vicino mi chiede di fare delle foto con loro, e dopo di loro due ragazzi… Quando si arriva in zone poco frequentate da turisti queste cose accadono abbastanza spesso… Quante volte mi hanno fotografato quando due anni fa giravo per Giava e Sumatra, ma anche in Vietnam e in Cina! Dopo il museo reinforchiamo la moto e, pochi chilometri dopo, arriviamo ai campi di Cempaka. Purtroppo le grosse cave dove normalmente i cercatori svolgono la loro attività sono state allagate dalle forti piogge del giorno prima, ma riusciamo a vedere due cercatori al lavoro, immersi fino alla vita nell’acqua mentre con grosse padelle setacciano minuziosamente l’acqua e la terra estratta dal sottosuolo con la speranza di trovarvi qualche diamante o altre pietre preziose. E pare che se ne trovino e che svolgere quel duro lavoro ripaghi, anche se pochi diventano ricchi. Nel 1990 ad esempio si trovò un diamante di ben 48 carati, mentre 25 anni prima se ne era scoperto uno di addirittura 167,5 carati!

Campi di diamanti a Cempaka – foto © P. Coluzzi

Dopo una pausa pranzo in un ristorantino all’aperto accanto alla strada, percorriamo l’ultima decina di chilometri che ci separano da Martapura, una cittadina sull’omonimo fiume. È giorno di mercato quando vi arriviamo, e tutte le strade del centro sono diventate un immenso e pittoresco bazar; e al di sopra delle mille colorite bancarelle si innalza la cupola ed il minareto della moschea. Ci intratteniamo tra le bancarelle, visitiamo la moschea (da queste parti anche i non mussulmani possono tranquillamente girare per la sala delle preghiere), passiamo accanto alle decine di botteghe che vendono pietre preziose, e ho così l’opportunità di osservare da vicino i famosi diamanti estratti dalle miniere locali come quella di Cempaka. Concluso il giro, ci rimettiamo in moto per ritornare a Banjarmasin, ma per una strada differente e molto più pittoresca di quella dell’andata: si tratta della vecchia strada, stretta, che per buona parte del tragitto costeggia il fiume Martapura da una parte e la distesa di risaie, frutteti e palmeti dall’altra.

Facciamo un’ultima pausa per visitare una vecchia casa tradizionale banjar di legno su palafitta nella vecchia Martapura che, come la vecchia Banjarmasin, si raccoglie lungo le rive dell’omonimo fiume, e poi via, lungo la stretta strada che passa attraverso una sfilza di piccoli villaggi di case di legno, su palafitta quelle sulla nostra destra lungo il fiume. Come dappertutto nel Sud-est asiatico, la gente è molto religiosa qui, e la maggior parte dei villaggi che attraversiamo possiede la sua piccola moschea, e quelli che non ce l’hanno la stanno costruendo, raccogliendo i contributi dei passanti in macchina o in moto… Forse è questo il momento più bello dell’intera giornata, starmene lì seduto sul sellino posteriore della moto ad osservare l’umanità povera ma allegra che mi passa accanto, il verde della campagna, l’azzurro del fiume e del cielo… Poco prima di arrivare al mio albergo, quando siamo già a Banjarmasin, Yadi fa una piccola deviazione e mi porta a visitare il tempio induista balinese della città, in cui incontro vari simpatici immigrati dell’isola a maggioranza induista. Anche in questa città in cui più del 90% degli abitanti sono mussulmani, ci sono templi cinesi, chiese cristiane (sia cattoliche che protestanti) e persino, ho appena finito di scoprire, un tempio induista!

La mattina dopo sveglia alle cinque per prendere un taxi per l’aeroporto, poi l’aereo fino a Giacarta, e, dopo una brevissima attesa, l’altro aereo per Kuala Lumpur, fine di un altra piccola avventura.

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