di
Dragone del Tempio di Lao Zi

foto © 2014

Dopo parecchie settimane di stasi ‘kualalumpuriana’, finalmente mi rimetto in movimento. Infatti i tre primi fine settimana di aprile li passo in giro per la Malesia centrale: a Ipoh, Cherating e infine sull’isoletta di Carey. Rispettivamente a nord, a est e ad ovest di Kuala Lumpur.


Il fine settimana a Ipoh, capoluogo della regione del Perak, 200 chilometri circa a nord della capitale, lo passo per conto mio. Ho voglia di uscire dalla grande città, e ho voglia di starmene un po’ da solo, ma senza sentirmi solo, perché nel Sudest Asiatico la gente non ti fa mai sentire tale. Ipoh l’avevo già visitata il primo anno che ero qui, ma questa volta avevo una ragione particolare per tornarci: dopo il viaggio in India, avevo scoperto che anche in Malesia esiste una piccola comunità di fede giainista, e che l’unico vero tempio di questa religione di origine indiana si trova appena fuori Ipoh. C’è anche una specie di cappella giainista a Kuala Lumpur, nel quartiere di Bangsar, ma si trova in una casa privata e non sono ancora riuscito a visitarla.

Il Giainismo è una religione poco conosciuta in Occidente, ma in India conta più di quattro milioni di credenti. È una religione-filosofia molto simile al Buddhismo, senza un Dio, che crede nella reincarnazione e nel karma, e soprattutto nella possibilità di trascendere il ciclo incessante di nascita e morte per raggiungere l’illuminazione, chiamata moksha, come nell’Induismo. Anche la figura storica principale del Giainismo, Mahavira, visse nel Nord dell’india all’incirca nello stesso periodo del Buddha, nel 6° secolo avanti Cristo. Ciò che contraddistingue particolarmente questa religione è il suo grande rispetto per ogni forma di vita e la sua forte tendenza non violenta, che proibisce ai suoi seguaci di uccidere qualsiasi essere vivente, il che comporta una dieta strettamente vegana. Persino il camminare di notte viene scoraggiato per evitare che si calpesti innavertitamente qualche insetto! Che differenza con l’aggressività che spesso troviamo nel mondo occidentale, e con la bassa considerazione che abbiamo per la vita delle piante e di altri animali!

Ipoh si trova sulla linea ferroviaria che da Singapore nel sud arriva fino Bangkok in Thailandia, e quindi decido di arrivarvi in treno, una volta che si può… Il treno, il mio mezzo di trasporto favorito, soprattutto se non va troppo veloce e ti permette di passare tante ore a guardare dal finestrino e a rilassarti… Parto dalla Stazione Centrale di Kuala Lumpur alle due del pomeriggio e arrivo alla bella stazione coloniale in stile neoclassico-islamico-indiano di Ipoh poco dopo le quattro e mezza. Meno di mezz’ora dopo sono già all’alberghetto in cui avevo deciso di fermarmi (lo stesso in cui avevo alloggiato la volta prima), che comincia a diluviare. Appena smette, però, mi rimetto in cammino e ripercorro all’inverso il tratto di strada che ho appena compiuto dalla stazione per godere dell’atmosfera tranquilla della cittadina e per vederne una volta ancora i vari edifici storici. Attraverso il quariere cinese con le sue vecchie case bottega fino a raggiungere il fiume Kinta, dall’altra parte del quale si trova la parte più vecchia della città. Mi dirigo verso la torre dell’orologio eretta nel 1909 in memoria del primo Residente britannico, W.W. Birch, ucciso da alcuni malesi pare anche a causa del suo atteggiamento poco rispettoso verso la cultura locale. Si trova a poca distanza dalla nuova moschea e presenta un interessante fregio tutt’attorno alla parte più alta, in cui sono raffigurati i personaggi storici considerati più importanti dagli inglesi di quel periodo. Ci sono pure Shakespeare, Darwin e Buddha, mentre dove c’era Maometto ora c’è uno spazio vuoto, dato che l’Islam proibisce la sua raffigurazione e ad un certo punto qualcuno è intervenuto (immagino dopo l’Indipendenza) per cancellarlo. Gli inglesi non ci avevano pensato, o forse non lo sapevano… Dopo la torre mi riavvicino alla stazione per fare qualche foto agli edifici in stile neoclassico inglese del municipio (1916) e del tribunale (1928) che vi si trovano proprio di fronte. Dopodiché passo al padang, il vasto prato che fa da centro alle città malesi, attorno al quale si trovano altri edifici coloniali, tra cui l’Istituto di San Michele (1927), una scuola cattolica, e la Moschea Indiana (1908), verde e bianca, piccolina ma molto suggestiva. Seduto in un caffè davanti al Padang, mi godo un caffè prima di tornarmene dall’altra parte del fiume, felice di trovarmi lontano dalla confusione di Kuala Lumpur, in questo luogo così rilassato e rilassante, in cui i bambini ti osservano incuriositi (e forse anche un po’ intimoriti dall’uomo bianco), uno dei pochissimi stranieri che si vedono in giro. Dopo cena mi faccio due passi per il mercato serale del quartiere cinese prima di tornarmene in albergo a leggere, scrivere e guardare un po’ di televisione.

Moschea indiana a Ipoh - © 2014 Paolo Coluzzi
Moschea indiana a Ipoh – © 2014 Paolo Coluzzi

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