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Dopo un mese di vacanza in Italia, sabato 9 agosto 2014 si riparte di nuovo! Questa volta non verso ovest ma verso oriente, verso il Giappone! Sette ore di volo dal nuovo gigantesco aeroporto LCCT-KL ed atterriamo all’aeroporto di Haneda a Tokyo che sono le 22. Ma Tokyo è solo uno scalo: la destinazione finale è Hokkaido, l’isola più settentrionale del Giappone da dove viene Rie, la mia ragazza. A quell’ora non ci sono più voli per Hokkaido: i primi aerei partono la mattina dopo e dobbiamo passare la notte all’aeroporto, sistemati su due file di poltroncine, che per fortuna non hanno braccioli!


La mattina dopo prendiamo un treno diretto a Narita, l’altro aeroporto di Tokyo. C’erano voli anche da Haneda, ma abbastanza più costosi, e così abbiamo l’opportunità di osservare parte della città e della campagna tra la capitale e l’aeroporto prima di arrivare a Narita poco più di un’ora e mezza dopo. Buona parte dei voli diretti a sud sono stati cancellati a causa del tifone che sta attraversando la parte meridionale del Giappone, causando non pochi disastri, anche se meno di ciò che accade solitamente in paesi più poveri e meno organizzati che, come il Giappone, subiscono ogni anno la furia di queste violentissime tempeste.

Sono meno di due ore di volo da Tokyo a Sapporo, il capoluogo dell’Hokkaido, ma non me le godo affatto: nonostante il tifone sia abbastanza lontano, a causa dei forti venti l’aereo sbatte su e giù e a destra a sinistra, al punto che le hostess non riescono neanche a passare con le bevande! Rie dorme beata, e anche gli altri passeggeri sembrano tranquilli, chiaramente più abituati di me a queste condizioni meteorologiche. E così mi impongo di osservare una signora seduta poco lontano che, tranquillissima, sta dando qualcosa da mangiare agli ugualmente tranquilli figlioletti, e questo aiuta a calmarmi.

Arriviamo a Sapporo poco dopo le 13, e ad aspettarci ci sono i genitori di Rie. Fatte le presentazioni, pranziamo con dei ramen in un ristorantino dell’aeroporto e poi ci dirigiamo alla macchina che in un paio d’ore, compresa una breve pausa gelato (alla panna, freschissimo e molto gustoso; l’Hokkaido è infatti famoso per le sue mucche ed il latte fresco), ci porta a Mikasa, il paese di Rie, attraverso una campagna che per certi versi mi fa pensare al nord Europa, e per altri alla Pianura Padana. E così è cominciato il mio soggiorno di otto giorni nel Paese del Sol Levante.

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Mikasa hokkaido

Arriviamo alla casa di Rie che è già tardo pomeriggio, caschiamo dal sonno e andiamo subito a schiacciarci un pisolino prima di cena. Mi sveglio improvvisamente da un sonno profondo che sono da poco passate le 19, l’ora fissata per la cena. Sono totalmente intontito ma mi alzo e vado a svegliare Rie che sta dormendo ancora più profondamente di me, e scendiamo per trovare il tavolo imbandito attorno al quale ci stanno aspettando il padre e la madre di Rie, assieme al fratello con la moglie che abitano poco lontano. E così mi godo il primo dei tanti banchetti tipici giapponesi che mi verranno offerti in quei giorni, questo in particolare a base di ottimi sushi e sashimi freschissimi. Siamo naturalmente tutti seduti a terra e mangiamo con le bacchette, alla giapponese. Di fatto la casa di Rie, come forse la maggior parte delle case moderne giapponesi, è un miscuglio di occidentale (compreso l’ipertecnologico) e di tradizionale. La mobilia è simile a quella che abbiamo in Europa, ma i tavoli hanno le gambe corte per potervi mangiare seduti per terra; le camere da letto hanno il tatami per terra, e in ogni caso si gira per la casa scalzi; poi sia nel soggiorno che nella camera dove vengo alloggiato ci sono dei begli altari domestici: due buddisti dedicati agli antenati e uno shintoista sui quali ogni mattina vengono lasciate piccole offerte di cibo ed acqua; il bagno è in stile furo, con la vasca piena di acqua calda in cui si immerge a turno tutta la famiglia dopo essersi lavata accuratamente con la doccia lì accanto. Quanto all’ipertecnologia, oltre ad alcuni elettrodomestici che noto in cucina mi colpisce (e, lo confesso, mi spaventa un po’) il sistema per pulire il sedere che si trova nella tazza del gabinetto…

Il pomeriggio seguente, mentre i suoi genitori sono al lavoro, Rie mi porta a fare un lungo giro a piedi per mostrarmi il paese dove è nata. Mikasa si trova in un’ampia valle circondata da colline boscose, con molto verde dappertutto. Era stata nel passato un fiorente centro minerario, oltre che agricolo, ma le miniere oramai non sono più in attività e molta gente se ne è andata, il che ha contribuito a dare al paese questo senso di vuoto e desolazione che percepisco. Infatti molte scuole, compresa quelle in cui Rie ha studiato da piccola, sono state chiuse ed ora rimangono grigie e vuote, come anche le tante casette in cui abitavano i minatori. Curiosamente le case che invece sono ancora abitate, quasi tutte villette a due piani, hanno in molti casi un aspetto piuttosto nordeuropeo, a volte chiaramente scandinavo,mentre il centro vero e proprio è formato da poche strade semi deserte, una parte delle cui botteghe sono state abbandonate. Mi domando dove saranno i circa 20.000 abitanti che ancora vi risiedono: molti saranno al lavoro, ma molti altri se ne stanno in casa a guardare le decine di canali televisivi disponibili sui maxi schermi o a navigare su internet. Ma da contraltare a questo senso di abbandono c’è il verde che ci circonda, compreso quello del grosso parco a ridosso del fiume Ikushunbetsu, sulla sponda opposta del quale vediamo persino abbeverarsi un cervo! E poi ci sono le sagome delle belle montagne all’orizzonte, e questo è ciò che fa dell’Hokkaido una regione così bella: la sua natura. E poi ci sono anche i tanti aspetti della cultura tradizionale che ancora sussistono, che io trovo particolarmente affascinanti, e naturalmente il calore e il senso di ospitalità della famiglia di Rie nei miei confronti.

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