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Lo stupa di Swayambhunath

foto © 2013

2013. Sabato primo giugno alle due e mezza di mattina chiamo un taxi per farmi portare alla Stazione Centrale di Kuala Lumpur da cui si prendono gli autobus per l’Aeroporto LCCT, quello da cui partono gli aerei di Air Asia (da maggio 2014 l’aeroporto viene spostato al KLIA2, ndr). Arrivo prestissimo, alle quattro di mattina, con quasi quattro ore di anticipo sulla partenza. L’aereo che mi porterà per la prima volta verso l’Himalaya, in Nepal, parte alle 7.45, ma preferivo aspettare all’aeroporto piuttosto che a casa, sapendo anche che un paio di ore solamente di sonno avrebbero avuto su di me un effetto più negativo che altro. Mi sorprende però vedere l’aeroporto quasi quasi più attivo a quell’ora che durante il giorno, con tutti i negozi, caffè e ristoranti aperti. Quando arrivo al cancello della sala delle partenze da cui devo prendere l’aereo, mi accorgo che il 99% dei passeggeri sono immigrati nepalesi che tornano a casa; forse in tutto, compreso me, ci saranno solamente una decina di turisti.

Ecco perché i voli si riempivano così in fretta! E tra i turisti ci sono anche alcuni inglesi (o americani, non sono sicuro) che si mettono a sghignazzare per gli errori di un’annunciatrice che non parla molto bene l’inglese… ma sicuramente molto meglio di come questi turisti parlano altre lingue, se le parlano affatto. Non è la prima volta da quando vivo in questa parte del mondo che m’imbatto in questo atteggiamento ‘neocolonialista’: mi è addirittura capitato di vedere degli ‘anglossassoni’ arrabbiarsi perché qualche ‘locale’ non riusciva a capire il loro inglese! Nel caso degli ‘expat’, poi, quanti ce ne sono che vivono anni e anni in Malesia o Brunei senza neanche cercare di imparare due parole di malese, per poi magari indignarsi se un immigrato nel loro Paese non impara bene la loro lingua…

Il volo dura circa quattro ore e mezza durante le quali cerco di dormicchiare un po’. Poco prima di atterrare sotto di me ci sono solo nuvole, finché l’aereo non scende di quota sotto di esse, e allora sì che riesco finalmente a vedere le verdi montagne che circondano il conglomerato urbano che forma Kathmandu e le sue cittadine satelliti. Kathmandu! Forse uno dei toponimi dal suono più esotico che esista, assieme ad altri come Samarcanda, Marrakech o Timbouktou… Sceso dall’aereo faccio la fila per ottenere il visto, e poi esco per cercare l’autista dell’hotel che ho prenotato, che dovrebbe essere lì ad aspettarmi. Servizio gratuito, una delle ragioni per cui avevo deciso di prenotare online. Devo aspettare un po’, ma poi arriva, e dal suo modo di fare so già che i nepalesi mi piaceranno. Molto meno come guidano, però, tipica guida sudest e sud asiatica: camion, macchine, moto e biciclette che arrivano da tutte le parti, nel senso di marcia e contromano, che si fanno continuamente il pelo. A differenza del Sudest asiatico però, e in maniera simile all’India, qui ogni tanto si trova una mucca per strada, che passeggia tranquillamente o che si riposa nel centro della carreggiata! In meno di mezz’ora raggiungiamo l’albergo, veramente carino, in una zona tranquilla della città vecchia. Mi viene offerta una ‘bevanda di benvenuto’, sbrigo le formalità e me ne vado subito in stanza che casco dal sonno.

Bottega a Kathmandu - foto © Paolo Coluzzi
Bottega a Kathmandu – foto © Paolo Coluzzi

Mi sveglio due o tre ore dopo, abbastanza rincoglionito a dire il vero, ma la voglia di cominciare a scoprire Kathmandu è troppo forte. Mi vado a prendere un tè masala per svegliarmi un po’, una delle bevande calde più saporite che abbia mai provato, a base di tè, spezie e latte, e poi decido di avventurarmi fuori per seguire uno dei percorsi suggeriti dalla mia guida. Raggiungo la strada principale, mi guardo attorno e, incredibile ma vero, sono in Nepal!!! Le stradine della città vecchia sono strette e non sempre asfaltate, le moto e le macchine strombazzanti ti sfiorano continuamente, ma la storia tutto attorno, i vecchi palazzi, i templi indù e gli stupa buddisti, le botteghe, i colori, la gente affabile, le donne in sari, i monaci buddisti, l’incredibile miscuglio etnico tra Asia orientale ed Asia occidentale… Nonostante la stanchezza so di essere nel posto giusto e mi sento felice! Poi rientro in albergo, ceno con un ottimo daal bhaat, un piatto tradizionale a base di riso, curry e verdure, e poi mi faccio un giro per la piazza Durban, la piazza centrale dove si trova la maggior concentrazione di templi ed edifici storici di Kathmandu, e poi vado finalmente a letto. La mattina dopo mi aspetta una levataccia: alle 7.15 parte infatti l’autobus per Bhairawa, al confine con l’India, da cui dovrò prendere un altro mezzo per arrivare alla vicina Lumbini, forse la meta principale del mio viaggio in Nepal. Poco più di 2500 anni infatti a Lumbini nacque il principe Siddharta Gautama, quello che poi divenne il Buddha.

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