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India

Kushinagar, il luogo sacro del Buddha

Paolo ci racconta il suo viaggio a Kushinagar, uno dei siti più importanti del pellegrinaggio buddista internazionale

La distanza SarnathKushinagar è di circa 300 chilometri, ma impieghiamo nove ore per raggiungerla, compresa una breve pausa. Il mio autista ha circa la mia età, parla poco inglese, ma è simpatico e guida bene. Guida bene in termini indiani.

Il lungo viaggio da Sarnath a Kushinagar

Infatti la strada, che a tratti è in pessime condizioni, è a due corsie per i due sensi di marcia. Quindi non si fa che superare le biciclette, le moto, le moto-rickshaw, le altre autovetture, i tanti autobus e camion (che fanno sfoggia di clacson assordanti che suonano vere e proprie melodie) ed anche le onnipresenti vacche. 

I motorini (su cui spesso viaggiano due o tre persone) si immettono improvvisamente nella strada senza guardare se sta arrivando qualcuno, e bisogna continuamente schivarli.  I sorpassi si fanno sempre, anche in curva senza nessuna visibilità, perché tutti sanno come funzionano le cose. Tutti strombazzano e sono pronti a frenare, a rientrare (se possibile) o ad uscire dal ciglio della strada, schivando i tanti pedoni. 

Per buona parte del viaggio quindi si viaggia contromano, o ci si trova di fronte qualche altro mezzo che viaggia contromano. All’inizio sono parecchio teso, ma poi poco a poco riesco a rilassarmi e va tutto bene. 

Due giorni dopo a Varanasi un signore svizzero di almeno sessant’anni mi racconterà che sta girando l’India in moto. All’inizio aveva parecchia paura, ma poi aveva imparato a guidare come gli indiani e adesso viaggia tranquillo.

E così ora dopo ora attraversiamo lunghi tratti di campagna verde coltivata soprattutto a grano. È un paesaggio che a tratti mi fa pensare alla pianura padana, e poi tanti paesini polverosi, incasinati e trafficatissimi. Ogni tanto sul bordo della strada vediamo cumuli di ‘tegole’ fatte di escrementi di mucca che gli indiani usano per accendere il fuoco per cucinare, e qui e là le grosse ciminiere dei rudimentali mattonifici. 

Sia all’andata che al ritorno pranziamo in ristorantini sul ciglio della strada dove mi godo del dhal ricco e saporito e dei chapati freschissimi e croccanti: veramente squisiti.

Dopo circa sei ore, però, vedo il mio autista un po’ preoccupato per le spie che si sono accese sul cruscotto. Mi dice che ci sono problemi con la dinamo e si ferma un paio di volte (lasciando acceso il motore) alla ricerca di un meccanico, senza però trovarlo. Parla al cellulare col meccanico della sua compagnia che gli dice che non dovrebbe essere nulla di grave, che sistemerà tutto lui al ritorno, e gli consiglia di tirare avanti.

Prima di giungere alla città di Gorakhpur non molto distante dal confine nepalese giriamo a destra, verso est, per immetterci finalmente in un’autostrada per l’ultimo tratto fino a Kushinagar. Ma che autostrada!

È vero, ha due corsie per ogni senso di marcia e si viaggia più spediti, ma anche qui ci passano motorini e persino biciclette. Ma la cosa peggiore è che l’autostrada a volte taglia un paese nel mezzo e perciò la gente locale la deve attraversare a piedi. E quando dopo un po’ si fa buio mi spaventa veramente vedere queste ombre (non c’è illuminazione) che ci tagliano di corsa la strada, rischiando ogni volta la vita. Ma poco dopo le sei di sera, dopo un ultimo tratto di strada contromano, arriviamo finalmente nel paesino di Kushinagar sani e salvi. 

Arrivo a Kushinagar

Ci dirigiamo subito al Tempio cinese che, secondo la mia guida, offre alloggio ai pellegrini a poco prezzo, ma lo troviamo chiuso. Proviamo a chiamare ad alta voce dal cancello e finalmente esce il monaco americano – vietnamita che vi risiede.

Tempio cinese a Kushinagar

 

C’è una stanza libera per me, ed in realtà anche un letto per il mio autista, gratis, che però lui rifiuta dicendo che preferisce dormire in macchina. Immagino per paura che possa essere rubata, o forse per questioni religiose. Il monaco è indaffarato e il custode che è giunto in quel momento deve tornare a casa. 

Quindi lascio la mia borsa nella stanza ed esco a fare due passi per cenare mentre il monaco chiude a chiave il cancello del tempio. “Quando torni grida che dalla mia stanza ti sento e ti vengo ad aprire!” mi rassicura.

Col mio autista mi sono messo d’accordo che ci vedremo la mattina seguente dopo la mia visita al Tempio del Mahaparinirvana. Questo tempio fu eretto nel luogo dove tra due alberi di sal (shorea robusta) morì Buddha 25 secoli prima. 

Kushinagar è ancora più piccola di Sarnath: praticamente una strada piegata a L, con alcune traverse laterali. Tutti i negozietti e ristorantini si trovano nel primo tratto, quello che arriva dall’autostrada e su cui si trova il mio tempio e, poco più avanti, il Tempio del Mahaparinirvana. 

Il Tempio del Mahaparinirvana

 

Passo davanti all’ingresso di quest’ultimo che è stato chiuso un’oretta prima, al tramonto, e arrivo fino alla curva. Da qui l’illuminazione comincia a scarseggiare, quindi torno indietro e do un’occhiata da fuori al tempio birmano col suo grande stupa dorato illuminato a forma di campana, che si trova fra il Tempio del Mahaparinirvana e il Tempio cinese.

Non c’è molto altro da vedere, non vedo nessun turista occidentale attorno, e finalmente entro nel ristorante consigliato dalla mia guida per rifocillarmi, gestito da una simpatica signora nepalese (seguace di Sai Baba) e dal marito indiano. Ci sono solo quattro tavoli, ad uno dei quali è seduto un gruppetto di pellegrini birmani.

Finita la cena e la chiacchierata con la signora nepalese (che mi regala un introvabile cartolina di Kushinagar), torno al tempio cinese.

Video di Kushinagar

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Dal cancello devo chiamare ad alta voce il monaco per parecchi minuti prima che si accorga della mia presenza.

Ma poi mi fa entrare, richiude a chiave il cancello ed io ho ancora qualche ora da passare prima di andare a dormire. Quindi prima di ritirarmi gironzolo un po’ per il cortile e sbircio attraverso il portone della sala del tempio attraverso cui si vede una bella statua della dea mahayana Guan Yin con le sue molteplici braccia. Non c’è proprio nessuno in giro e così ne approfitto anche per praticare un po’ di tai chi (quale posto migliore? Davanti ad un tempio cinese!). Poi me ne torno nella stanza, che si trova in un edificio a due piani posto sulla destra dell’entrata del Tempio, con delle lunghe verande davanti. La stanza è semplice ma pulita, con bagno e tre letti e, non potendo fare molto altro, vi passo il resto della serata a leggere. 

La sveglia suona alle sei di mattina, mi preparo velocemente ed esco che sta albeggiando. Il mio autista è già davanti all’ingresso principale ancora chiuso, avvolto in una coperta, che gesticola e mi dà il buongiorno. 

A quel punto arriva il custode che apre il cancello e io mi metto d’accordo con l’autista che ritornerò al Tempio cinese un’oretta dopo.

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One Response

  1. Nico
    | Reply

    Grazie Paolo per il tuo racconto di viaggio a Kushinagar.

    Attendiamo impazienti il continuo del tuo viaggio in India.

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