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Venerdì mattina viene di nuovo a prenderci il Matthew nipote di Patricia che ci porta al seguente villaggio, non lontano da lì: Benuk. Anche la posizione di questo villaggio di circa 3000 abitanti è amena, con delle belle colline attorno. Il posto è anche abbastanza turistico, ed oltre ad una piccola ‘pro-loco’, il villaggio ha negozietti, internet e pure due vecchie rumah panjang (longhouse) ed una baruk tradizionali bidayuh. Ho già accennato alle rumah panjang, mentre la baruk (head house) è un edificio tipico dei bidayuh di forma circolare con tetto a cono in cui una volta dormivano i giovani, si svolgevano le feste principali e venivano appese le teste dei nemici, perché – ebbene sì – anche i bidayuh una volta erano cacciatori di teste, proprio come la maggior parte dei gruppi tribali del Borneo. Anche in questa di Benuk ci sono ancora dei crani appesi in alto! È più o meno con l’avanzare del Cristianesimo che queste abitazioni tradizionali, probabilmente viste come troppo promiscue, sono state sostituite da abitazioni più piccole per la famiglia più ristretta. Ci sono pure alcune home stay a Benuk, in una delle quali, proprio nel centro del villaggio accanto alle rumah panjang, saremo alloggiati io e Xiaomei: carina, di legno a due piani, anche se abbastanza calda a causa del tetto di lamiera. Fortunatamente anche qui la gerente della home stay ci aiuta a far compilare i questionari, anche se non c’è l’entusiasmo dei nostri primi due anfitrioni. D’altronde questo è un ‘business’, che alla fine ci costa anche abbastanza salato. Anche a Benuk, come a Serosot e per simili ragioni, la gente sta economicamente meglio che a Pasir Hilir, e questo si riflette anche nel fatto che le famiglie che visitiamo ci offrono sempre da bere e da mangiare, e da bere a volte include del tuak, la bevanda alcolica locale a base di riso! L’ultima sera riusciamo a fatica a non ubriacarci, anche se mangiamo un sacco e la testa ci gira un po’, e ce ne partiamo domenica mattina con parecchi grammi di pancia in più…

Ci resta ancora un villaggio da coprire secondo il programma, questo però abbastanza distante, molto più a sud. Ancora una volta Matthew ci viene a prendere e, dopo una sosta nella cittadina di Serian, raggiungiamo poco prima delle 11 di mattina di domenica 12 il piccolo villaggio bidayuh di Gahat Mawang, quello più lontano da Kuching e letteralmente a due passi dalla frontiera col Kalimantan, da dove entrano i veicoli diretti a Pontianak. Il posto è veramente stupendo, trovandosi Gahat in una pittoresca valletta a ridosso di alte colline verdi e circondata da frutteti e da piantagioni di pepe. Sì, il pepe che in Europa usiamo tutti i giorni e che si conosce solo come polverina nera o grigiastra o al limite come palline, qui lo si può vedere al naturale, nel suo ambiente originario. E per il paese davanti a molte abitazioni si trovano distese a terra grosse stuoie piene di queste palline ad essicare, che emano un profumo forte e piacevolissimo. Anche a Gahat la maggior parte dei circa 800 abitanti sono contadini come a Pasir Hilir, ma a differenza di quest’ultima l’ambiente è carino, tenuto bene, cosa a cui naturalmente contribuisce il fatto che la strada sia oramai da più di dieci anni asfaltata, anche se ci viene detto che l’elettricità è arrivata solo nel 2007. Ci ospita Robert, il penghulu, il capo comunità, che è ad un livello amministrativo più alto del capo villaggio, e anch’egli si dimostra persona ospitale, gentile e disponibile, che ci dedica il suo tempo libero a portarci in giro per aiutarci a far compilare i nostri questionari.

Anziana signora bidayuh – foto © Paolo Coluzzi 2012

Anche a Gahat ci sono due rumah panjang, ma queste sono più moderne, di muratura, abitazioni attaccate una all’altra tipo case a schiera, ma con un ampio spazio comune davanti alle porte riparato dal tetto dove la gente lavora, si rilassa o discorre. È qui che cominciamo le nostre prime interviste della giornata, tra gente simpatica e disponibile, anche se sono molte le persone soprattutto di una certa età che non solo non sanno leggere e scrivere, ma alcune fanno addirittura fatica a parlare e a capire il malese, non avendo studiato e vivendo in un ambiente dove si parla solo bidayuh. Vedo anche delle anziane signore che masticano il betel che fa loro arrossire bocca e denti, l’antesignano della gomma da masticare nel Sud Est Asiatico.

Ad un certo punto una della persone che stiamo intervistando accanto ad uno dei due spacci del villaggio sentendo che io sono italiano mi dice che in quel momento sta ospitando un altro italiano a casa sua! Non ci posso credere, che ci fa un italiano (oltre al sottoscritto) in questo villaggio sperduto del Borneo? Ma è veramente italiano, poi? Certo, è di Roma, mi dice questo simpatico signore, che poi è il cugino di Robert… Veniamo quindi seduta stante invitati a passare dopo cena dalla casa di questo signore per fare la conoscenza di questo mio compatriota. E così più tardi mi viene presentato Paul, un italianissimo romano dal nome inglese (sua madre è di origine sudafricana), un tipo veramente in gamba che sta facendo ricerca sulla biodiversità. Ci facciamo due chiacchiere e Paul mi fa ridere parecchio col suo modo di fare e col suo senso dell’umorismo così romano. Il giorno dopo riparte per Kuching, ma ci mettiamo d’accordo per risentirci quando torno a Kuala Lumpur, che è la sua destinazione seguente prima di tornarsene in Italia la domenica successiva.

Mentre torniamo a casa sopra di noi c’è un cielo da favola, trapuntato da mille stelle con nel centro chiarissima la Via Lattea, la nostra galassia. Prima di entrare in casa mi fermo ancora un po’ fuori a contemplare questa meraviglia, uno degli spettacoli più grandiosi che ci offre madre natura, ma che oramai non molti possono godersi a causa dell’inquinamento, sia atmosferico che ottico, causato dalle schifezze che da almeno due secoli gettiamo costantemente nell’aria e dalla luce artificiale che inquina per essere prodotta e non permette di vedere più il cielo…

Il giorno dopo, lunedì, oltre a continuare con la nostra ricerca, dovendo aspettare il ritorno a casa dalla scuola e dal lavoro di buona parte degli abitanti del villaggio, soprattuto dei giovani, abbiamo l’opportunità di farci una passeggiata la mattina fino ad una cascata nella foresta vicino al villaggio, e nel pomeriggio un bel giro in macchina con Robert, che ci porta fino alla frontiera col Kalimantan, dalla dogana della quale possiamo vedere l’Indonesia a non più di venti metri da dove siamo noi! Che bello sarebbe poter proseguire, ed in circa quattro ore di strada arrivare all’equatore e subito dopo alla città di Pontianak, Kalimantan occidentale!

E così la raccolta dati per la nostra ricerca è terminata, e la mattina dopo si riparte, questa volta per andarci a rilassare nel villaggio bidayuh di Seratau, non molto lontano da Kuching. Infatti, anche se Patricia è ora a Kuala Lumpur a soffrire con le riunioni a cui è obbligata ad assistere nella sua nuova veste di capo dipartimento, ci ha offerto di passare una giornata a casa sua (lei è originariamente di Seratau) dove abita la sorella col marito ed un figlio, prima di tornarcene a Kuching. Quindi tutto il martedì lo passiamo a chiacchierare, dormire, passeggiare e leggere a Seratau, meritato relax dopo gli otto giorni non-stop di ricerca, e la mattina dopo prestissimo ci viene a prendere per l’ultima volta Matthew per portarci all’hotel a Kuching che abbiamo prenotato per le ultime due notti sarawakiane.

A Kuching il nostro soggiorno passa tra una visita al Museo Storico Cinese, al Museo del Sarawak (di etnologia ed ambiente), al villaggio di pescatori di Santubong e al Villaggio Culturale, dove sono state ricostruite le abitazioni tradizionali delle popolazioni del Borneo, comprese una rumah panjang e una baruk dei bidayuh, all’interno delle quali ci sono membri del gruppo etnico nei loro costumi etnici intenti in qualche attività tradizionale, e lunghe passeggiate per il lungofiume, per il quartiere cinese e per la zona coloniale, sempre piacevole e rilassante il capoluogo del Sarawak…Il giorno seguente, nel pomeriggio di venerdì, Josak viene a prendermi all’hotel per accompagnarmi all’aeroporto da cui partirà l’aereo che in meno di due ore mi riporterà nella capitale della Malesia…

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