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India

Varanasi la capitale spirituale dell’India

Paolo ci racconta il suo viaggio a Varanasi

Passeggiata tra i vari ghat della città

Mi distendo sul letto per riposare un attimo, e poi finalmente esco per una prima ‘ricognizione’. A sinistra del portone d’ingresso c’è una scalinata che porta giù ai ghat, gli scaloni che dalla riva portano direttamente dentro il fiume. 

Giro a sinistra, verso nord, davanti a quella distesa di azzurro (il Gange sarà anche parecchio inquinato, ma dalla riva sembra bellissimo) e passando accanto a barche e barcaioli in cerca di turisti, indiani e stranieri a passeggio, mendicanti (pochi), santoni indù e chi più ne ha più ne metta, dieci minuti dopo raggiungo uno dei ghat più importanti, il Manikarnika Ghat, dove ogni giorno vengono cremati dozzine di morti, le cui ceneri poi vengono gettate nel fiume. Vedo vari tumuli di legna che sta bruciando ma, per rispetto, me ne rimango a distanza, poi torno sui miei passi e, incantato da quel mondo antico, mi incammino lungo la riva in direzione sud per una mezz’oretta, ogni tanto incalzato da qualche anziana signora che chiede un obolo e, soprattutto dalle parti di Dashashwamedh Ghat, da massaggiatori ayurvedici che ti salutano stringendosi la mano, che poi ti cominciano abilmente a massaggiare, furbi, per convincerti a fermarti e farti fare un massaggio completo sulle stuoie distese sugli scaloni, a prezzi bassissimi, devo dire. Il sole intanto sta raggiungendo l’orizzonte, tutto si colora di rosso e sono felice.

 

Varanasi vecchia

 

Dopo la mia meditazione in stanza decido di cenare nel cortile dell’albergo. Qui faccio la conoscenza di una simpaticissima coppia di giovani giapponesi che stanno facendo il giro del mondo. Purtroppo riprenderanno il loro viaggio in treno verso Agra (dove si trova il famoso Taj Mahal) il pomeriggio seguente. Peccato mi avrebbe fatto piacere passare un po’ più di tempo con loro e praticare il mio giapponese. 

Dopo aver finito l’ottimo thali, mi faccio una passeggiata per gli antichi vicoli attorno all’albergo, schivando le onnipresenti vacche e i motorini che passano anche qui. È un mondo affascinante, antico, non dissimile dai tanti paesi dell’Italia centro meridionale di cinquant’anni fa.

Alla scoperta della città vecchia

La mattina dopo mi sveglio riposato: che sensazione incredibile alzarsi e trovarsi davanti l’ampio fiume Gange. Mi prendo un altro chai e poi mi metto in moto per cominciare ad esplorare la città vecchia, cominciando naturalmente dai ghat.

 

Bagno nel Gange

 

Ci sono circa due chilometri dal mio albergo all’Asi Ghat, il ghat più meridionale e anche uno dei più antichi, che mi faccio passeggiando piano piano sotto il sole, per godermi il più possibile quell’incredibile mondo. I primi ghat che attraverso muovendomi verso sud, quelli già osservati il pomeriggio prima, sono i più affollati. Ma neanche mezz’ora dopo essere uscito dall’albergo mi trovo a camminare lungo ghat semideserti. Finalmente posso osservare la vita della gente. Le donne che lavano i panni nel fiume, i bambini che giocano con gli aquiloni e i barbieri all’aperto. Ci sono anche alcuni occidentali che fanno yoga o meditazione davanti al Gange. 

Il Manikarnika ghat

Rito funebre al Harishchandra Ghat’

Continuo a camminare con le scalinate che portano su in alto, alla città vecchia. Arrivato al Harishchandra Ghat mi soffermo un po’ più a lungo.

Come nel Manikarnika Ghat, anche qui si cremano i morti, ma il tutto è in scala più ridotta. Vedo arrivare un gruppo di persone che trasportano un cadavere avvolto in un sudario bianco. Lo sistemano su una pira già preparata ed un brahmino dischiude il sudario bianco, rivelando il volto di una signora. Non è la prima volta che vedo un morto, ma si riflette sempre che un giorno finiremo così anche noi. 

Non è un pensiero triste, anzi vedere la morte ti fa apprezzare ancora di più il fatto di essere vivo. In Occidente facciamo di tutto per nascondere questo aspetto della vita. Forse in parte abbiamo perso la spiritualità, il senso del sacro. Forse abbiamo deciso di optare per una teoria della morte che decreta il nulla dopo la vita. La morte ci spaventa e preferiamo obliterarla dalla nostra vita.

Tornando al ghat sul Gange, seguo per un po’ la cerimonia seduto a terra accanto alla pira. A quel punto decido di proseguire la mia passeggiata, e mezz’ora dopo sono già sull’ampio Asi Ghat con il suo grosso albero pipal (ficus religiosa, lo stesso sotto cui Buddha ottenne l’illuminazione 240 chilometri più a sudest) che fa ombra a un grosso lingam, o simbolo fallico, rappresentazione del dio Shiva. 

Da lì proseguo per la città nuova, dove imperversano il traffico ed il costante strombazzare dei clacson. Sto cercando un bancomat, ma passando davanti a un negozio di prodotti ayurvedici mi ci fermo per un po’. Ho molta fiducia in queste medicine alternative che non hanno effetti collaterali, anche perché in Malesia le ho usate spesso con ottimi risultati. 

Ritorno all’Asi Ghat. Voglio toccare l’acqua del Gange e ringraziare questo fiume che tanto mi affascina e mi trasmette una bella energia positiva.

Mi siedo a riposare mentre scambio due chiacchiere con un simpatico ragazzo che parla bene l’inglese.

 

Tre sadhu sul ghat

 

Dopodiché mi rimetto in cammino per tornare all’albergo, fermandomi di nuovo brevemente al Harishchandra Ghat per rendermi conto che, neanche un’ora dopo, il corpo della signora che avevo osservato non c’è più e probabilmente i suoi resti sono già stati gettati nel fiume. Un corpo che ha impiegato ottant’anni per svilupparsi, per consumarsi in meno di un’ora. Chi lo sa, forse il suo spirito si sta già spostando verso una nuova vita, almeno secondo buddisti, sikh e giainisti.

E parlando di Giainismo, un piccolo tempio di questa religione sorella del Buddhismo, radicalmente non violenta e naturalista fino all’estremo, si trova al Jain Ghat. Per visitarlo devo salire una ripida rampa di scalini per poi entrare nel recinto del tempio che troneggia sul fiume. Dopo essermi cavato i sandali, un anziano signore mi ci fa fare un giro.

Poi ridiscendo verso i ghat e finisco la mia lunga passeggiata tornando all’albergo.

Visita al Tempio d’Oro

Un po’ più tardi riprendo la mia esplorazione della città, con l’intenzione di visitare il famoso Tempio d’Oro, il tempio induista più famoso di Varanasi, che si trova nel centro della città vecchia, a poca distanza dal mio albergo. Per strada faccio la conoscenza di un simpatico swami, un maestro indù vestito con un saio arancione e con i capelli e la barba lunghi. Mi racconta che insegna yoga e che spesso viaggia in giro per il mondo su invito dei suoi allievi.

Per entrare nella zona all’interno della quale si trova il Tempio d’Oro la sicurezza è ai massimi livelli. Devo lasciare (a pagamento) sandali e borsa in una bottega accanto ad una delle entrate. Devo passare anche attraverso un metal detector, per essere poi perquisito ben due volte. 

Dopodiché un funzionario mi controlla il passaporto e prende i miei dati, e finalmente posso entrare. La folla di devoti è tremenda. All’interno del tempio ci sono degli addetti che spingono via i fedeli che si attardino per più di trenta secondi. Il tempio non è molto grande, ma è interessantissimo, e la sua alta guglia ricoperta d’oro impressionante. Che peccato che sia proibito fare foto. 

Sono contento di esservi potuto entrare, dato che fino a pochi anni fa l’ingresso era totalmente bandito ai non induisti. Finita la breve visita, continuo la mia passeggiata tra i vicoletti della città vecchia che nascondono tempietti, botteghe di ogni tipo e tante vacche sacre, fino a raggiungere il bel tempio nepalese, a pagoda e costruito in legno e muratura, molto diverso dai templi indiani, seppure anch’esso induista, con delle scene del Ramayana dipinte sulle pareti esterne. La sera vado a cenare in un ristorante raccomandato dalla mia guida, dove mi viene servita una delle migliori cene indiane della mia vita mentre davanti a me si esibiscono due abilissimi suonatori di tabla e sarangi (una specie di violino).

Partenza per Sarnath

La mattina seguente, dopo essere passato per l’ufficio postale, libero la mia camera e mi dirigo a piedi fino alla strada principale appena fuori dalla città vecchia, dove mi becca subito un moto-rickshaw per portarmi alla mia prossima agognata destinazione: Sarnath, un borgo appena fuori Varanasi dove Buddha mise in moto la ruota del Dhamma, ovvero dove dopo la sua illuminazione a Bodhgaya incominciò ad insegnare pubblicamente le verità a cui era pervenuto: il cammino di mezzo, le Quattro Nobili Verità e l’Ottuplice Sentiero. 

 

Sulla moto-rickshaw per Sarnath

 

Sarà la mia terza delle quattro più importanti destinazioni di pellegrinaggio buddista che ho già visitato dopo Lumbini e Bodhgaya. Si trova a solo 10 chilometri da Varanasi, ma il traffico è micidiale.

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