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Cina

Viaggio a Xi’an (Cina)

Il diario di viaggio di Paolo a Xi’an, antica capitale dell’impero cinese

Dal 9 al 17 aprile 2016 è vacanza di mezzo semestre all’Università, e in questa occasione ho deciso di tornarmene per qualche giorno in Cina, e più precisamente a Xi’an, antica capitale dell’Impero.

Rie è occupata e poi a Xi’an c’è già stata una volta quando viveva a Pechino, quindi questa volta dovrò affrontare questo immenso Paese e la sua lingua da solo. Ma mi piace l’idea di essere costretto ad usare il cinese: dopotutto ho passato l’esame ufficiale HSK livello 2 a gennaio presso l’Istituto Confucio di Kuala Lumpur, e con Rie avrei delegato ogni comunicazione alla sua ottima conoscenza della lingua, come l’anno passato a Chongqing; e mi piaceva anche l’idea di potermi rilassare e riposare per sei interi giorni dopo l’intenso lavoro e lo stress degli ultimi mesi.

Arrivo a Xi’an

Parto dunque sabato 9 tardo pomeriggio, per arrivare sei ore dopo con volo diretto a Xi’an, dove ho prenotato una pensioncina in un bel quartiere pieno di botteghe d’arte (soprattutto quadri e calligrafia cinese) a due passi dalla porta meridionale (Yongning Men) delle maestose mura della città, restaurate ed abbellite con bei giardini ed un canale che le circondano interamente per i 14 chilometri del loro perimetro.

La pensione è ubicata in una bella casetta in stile Qing/Ming, con la mia stanza che si affaccia su un cortiletto al primo piano. Come in tanti altri centri della Cina, dopo le distruzioni del passato ora il Governo non solo si dà parecchio da fare per restaurare gli edifici storici ed i templi rimasti (non molti purtroppo), ma favorisce anche la costruzione di questi nuovi quartieri in stile tradizionale, come abbiamo già osservato io e Rie l’anno scorso a Chengdu. Insomma, una cosa un po’ artificiale, ma il risultato è almeno che una piccola parte di queste enormi e modernissime città sia in scala ridotta, umana, più vivibile e decisamente più bella.

Riesco a cavarmela abbastanza bene a prendere l’autobus dall’aeroporto alla città (passando accanto a complessi industriali ed enormi ciminiere che gettano chilometri cubici di fumo nell’aria), e un taxi da dove ci lascia l’autobus fino alla pensione. Riesco perfino a farmi abbassare, sempre utilizzando il mio rudimentale cinese, la cifra esagerata che mi propone il tassista che il tassametro non vuole usare. E quando finalmente entro nella mia bella stanzetta, mi sento veramente elettrizzato di trovarmi nuovamente in Cina.

Visita della città di Xi’an e del suo quartiere musulmano

E così dopo un lungo sonno ristoratore la mattina dopo mi sveglio tardi, mi faccio un tè e cominciò l’esplorazione della città partendo dall’antica e meravigliosa Torre delle Campane, con i suoi tetti spioventi dalle estremità ricurve verso l’alto, tipici cinesi, che si trova nel centro del crocevia principale della città all’interno delle mura, che raggiungo in meno di 15 minuti a piedi. Da lì mi sposto di altri 400 metri verso l’altra famosa Torre, quella dei Tamburi, ugualmente bella, da dove comincia il vecchio quartiere mussulmano della città.

 

La Torre delle Campane

 

Quartiere mussulmano qua non significa un quartiere di immigrati, bensì un quartiere Hui, che sarebbe una delle tante minoranze etniche (e in questo caso non linguistica visto che gli Hui parlano mandarino) che si trovano in Cina, salvaguardate dal governo che ha risparmiato alle sue politiche di modernizzazione questa vasta area nel centro della città.

A differenza del resto della metropoli, il quartiere mussulmano ha conservato i vecchi edifici a due piani e le strette vie che sono purtroppo quasi sparite dal resto della città. Le vie principali del quartiere mussulmano (soprattutto Beiyuan Me, Xiyang Shijie e Huayue Xiang) sono affollate sia da locali che da tantissimi turisti, quasi tutti cinesi, che si riempiono lo stomaco presso le centinaia di piccoli ristoranti o botteghe che vendono le miriadi di specialità gastronomiche locali, o che acquistano souvenir nei negozietti di prodotti più o meno artigianali. A testimonianza della storia antica di questa comunità musulmana ci sono comunque le moschee, prima fra tutte la Grande Moschea che vado a visitare. È la moschea più grande e antica della Cina (eretta originariamente nell’anno 742), interamente in stile cinese, compreso il minareto che sembra una pagoda.

 

La Grande Moschea di Xi’an

 

A quel punto decido di tornarmene alla pensione a riposare un po’, anche perché mi sta cominciando una di quelle emicranie che mi prendono ogni tanto dopo periodi di forte stress. Ed infatti i primi due giorni del mio soggiorno a Xi’an non sono molto in forma, e scoprire che sotto la mia stanza si trova un bar che tutte le sere dalle 9.30 fino a mezzanotte offre musica dal vivo che io sento quasi come se suonassero davanti alla mia porta non aiuta proprio. Poi recuperata la forma, cercherò di passare quelle due ore e mezza fuori e non ci saranno più grossi problemi.

Alla scoperta della città vecchia

Il giorno dopo, nonostante la poca energia e la tensione alle spalle e alla testa, decido di farmi un lungo giro a piedi a sud della città ‘vecchia’ per visitare tre dei monumenti più vecchi di Xi’an: le due Pagode delle ‘Oche’ e il Tempio buddhista di Dalingshan.

 

Strada nella Xi’an vecchia

 

Una giornata all’insegna del Buddhismo insomma. E così scarpino per parecchi chilometri tra alti edifici e ampi stradoni fermandosi nei suddetti luoghi storici e in un ristorante per pranzare.

Le Pagode delle Oche sono molto antiche, erette nell’era Tang, più di dieci secoli fa, la prima alta 45 metri, la seconda, bellissima e maestosa, addirittura 60 metri. Erano state originariamente costruite per conservare i sacri testi buddisti portati dall’India.

La pagoda delle oche grandie

 

La Pagoda delle Oche piccola

 

Il tempio di Dalingshan invece è apparentemente uno dei pochi se non l’unico tempio buddista funzionante a Xi’an, con monaci residenti e tutto. Il tipo di Buddismo praticato è Mahayana mi, di tipo lamaista, e il famoso monaco giapponese Kukai fondatore della popolare setta giapponese Shingon studiò proprio in questo tempio.

 

Il tempio di Daxingshan

 

Mentre giro per le varie sale del complesso al cospetto dei vari Buddha, una monaca dal candido sorriso mi regala una specie di braccialetto di corde intrecciate, e questo semplice atto di gentilezza mi fa sentire subito bene. E nel parco accanto alla pagoda più piccola riesco anche ad ammirare un ciliegio in fiore, proprio come in Giappone.

La sera, come poi tutte le sere successive, andrò a mangiare la mia pietanza cinese favorita: un bel piatto di miantao, gli spaghetti cinesi. In Occidente si pensa alla cucina cinese per quello che offrono i ristoranti cinesi locali: riso, pollo, involtini primavera, ecc., tutti cibi del sud della Cina. Nel centro e nel nord del Paese, il riso è tanto frequente come lo può essere in Italia del nord, il pollo e il pesce non tanto comuni, mentre gli spaghetti locali, in versioni che vanno dagli spaghetti alle tagliatelle anche parecchio larghe, e i jiaozi, i tortellini o ravioli cinesi, dominano la cucina, e sono conditi con salse saporitissime di carne e verdure, spesso anche piccanti.

Insomma, c’è una somiglianza tra la nostra cucina e quella cinese che è sorprendente, e che mi fa pensare ad una possibile un’influenza diretta mutuata attraverso la Via della Seta (che incidentalmente finisce proprio a Xi’an). Insomma, l’impressione è che Marco Polo e viaggiatori come lui portarono in Italia questi prodotti e queste ricette che poi vennero ‘nazionalizzate’ e ‘localizzate’, assieme ad altre provenienti dal mondo arabo.

E questo alla faccia dei vari ‘puristi’ del mondo che credono che una cultura possa essere ‘pura’ e di origine totalmente locale.

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