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Arrivati all’incasinatissima stazione delle corriere di Kandy, mi faccio portare alla guesthouse raccomandata dalla mia guida e dalla mia collega colombiana Mireya che ha viaggiato qui in estate. Uso forse il mezzo di trasporto pubblico più tipico del Sudest asiatico e dell’Asia meridionale, il cosiddetto tuk-tuk, un furgoncino a tre ruote tipo Ape con un sedile posteriore per i passeggeri. Sono stanco morto per la levataccia, e appena mi viene assegnata la camera mi butto sul letto per una meritata siesta. Mi alzo che è già buio (qui l’orario è due ore e mezza meno che in Malesia, ed il sole tramonta verso le sei di sera), e ripercorro la stradina che dalla collina su cui si trova la mia pensioncina porta al lago e poi al centro di Kandy, una ventina di minuti a piedi, per cercare un posto dove mangiare. Sono da poco passate le otto quando arrivo nel centro della piccola cittadina dove vedo pochissima gente per le strade scarsamente illuminate, e trovo un ristorante aperto su una delle vie principali, Dalada Vidiya. Finito di mangiare, mi faccio due passi attorno, mi metto per una mezz’ora in un internet caffé e poi mi rifaccio portare alla pensione da un tuk-tuk, troppo stanco e pigro per affrontare la camminata, la seconda metà della quale è in salita.

Il lago di Kandy - foto © Paolo Coluzzi 2013
Il lago di Kandy – foto © Paolo Coluzzi 2013

Dopo un lungo e profondo sonno sotto la mia zanzariera (qui le zanzare sono giganti e fanno un male cane), mi risveglio la mattina dopo rinfrescato. Faccio colazione e mi avvio subito verso il centro. Voglio cominciare ad esplorare Kandy con una visita al Tempio della Sacra Reliquia del Dente che si trova dall’altra parte del lago, uno dei posti più sacri di tutta l’isola, in cui si dice sia conservato un dente di Siddharta Gautama, il Buddha storico. E qui, come in Myanmar, ogni volta che si entra nel recinto di un tempio bisogna cavarsi le scarpe. Devo dire che la struttura non è eccezionale, ma è interessante vedere i devoti fare la fila (che faccio anch’io) per intravedere per qualche secondo non il dente, ma il recipiente dorato in cui è conservato. Una signora davanti a me gentilmente mi porge dei petali di fiori in modo che possa omaggiare anch’io la reliquia in modo dovuto.

Dietro al Tempio ci sono due musei: uno, il Museo Sri Dalada, che si trova sopra un altro tempio, ha in mostra suppellettili varie relazionate col Buddhismo; il secondo invece, ubicato nell’antico edificio coloniale della Corte Suprema, è l’interessantissimo Museo del Buddhismo nel Mondo, con sale dedicate a tutti i paesi dove il Buddhismo occupa una posizione predominante. L’Europa naturalmente ne è esclusa (purtroppo, dico io). C’è però la Malesia, anche se l’Islam ne è la religione di maggioranza. Curiosamente mi sembra sia l’unico Paese assieme alla Cina dove tutte le tre grandi scuole del Buddhismo sono presenti: Theravada, Mahayana e Vajrayana (tibetana).

Finita la visita al recinto del Tempio, mi dirigo verso il centro lì vicino per prendere qualcosa da bere (l’enorme colazione mi vale anche come pranzo) e dare un’occhiata alla città alla luce del giorno. Che differenza dalla sera prima! Dove la sera precedente c’era buio e desolazione, ora c’è un viavai di gente, di macchine, di moto, di tuk-tuk, tante botteghe di ogni tipo, e qua e là una chiesa, una moschea o un tempio. Mi compro una profumatissima crema per le tensioni muscolari in una farmacia ayurvedica (l’ayurveda è la medicina tradizionale indiana e singalese), mi faccio un giro in una libreria, spedisco delle cartoline e vado a visitare un tempio mezzo induista e mezzo buddista (Kataragama devale), dove un monaco mi benedice e mi lega attorno al polso il classico filo bianco. Ascoltarlo recitare i sutra in pali mentre ogni tanto mi sfiora leggermente le spalle mi dà una profonda sensazione di pace e serenità.

A quel punto gambe in spalla me ne ritorno alle pensione a riposare e leggere un po’, ma più tardi ritorno in centro per cenare e per un’altra sessione di internet. Passando accanto al lago all’imbrunire, assisto allo spettacolo di enormi stormi di uccelli e di volpi volanti che lo sorvolano da una parte all’altra. Avevo già visto le volpi volanti, questi pipistrelli giganti, in Australia e in Cambogia.

La mattina dopo, fatta colazione, mi faccio una lunga passeggiata attorno al lago di Kandy, poi torno alla pensione per aspettare Frank e Mariam. Quando arrivano è già mezzogiorno, carico la mia borsa sulla loro auto e torniamo nel centro di Kandy per pranzare. Questa volta mi portano loro in un ottimo ristorante dove finalmente ho l’occasione di assaggiare la mia prima specialità veramente singalese: riso e curry. Troppo buono! In Malesia di solito i ristoranti indiani hanno curry di carne, di pesce e di dhal (lenticchie), ma qui ne hanno molti di più, a base vegetale e no, una delizia! Mi rallegra anche vedere che qui l’acqua minerale gassata, che io adoro, si trova facilmente, e viene chiamata soda. Dopo esserci rimpinzati, torniamo alla macchina e ci avviamo verso la loro casa . La strada è molto bella, passiamo vicino al campus dell’Università e proseguiamo finché non arriviamo al paese di Gampola, bruttino come la maggior parte dei centri urbani “moderni” di questa parte del mondo (grazie in parte ad un’altra invenzione occidentale: il cemento), ma poi, attraversato il centro abitato, inforchiamo una traversa in salita tra le colline e, tra frutteti, palme, foresta e piantagioni di tè, arriviamo finalmente alla loro villa. E che villa! Una gigantesca casa coloniale in muratura e legno, un tempo l’abitazione di un piantatore inglese di tè: un soggiorno-cucina enorme e parecchie stanze da letto con bagno, e tutto attorno un vasto giardino con alberi vari e vasca per i pesci. Che meraviglia! E all’orizzonte solo verdi colline. La stanza che mi viene assegnata, poi, è di lusso: arredata con gusto, con letto matrimoniale a baldacchino! Nonostante un accenno di raffreddore che fortunatamente se ne va velocemente come era venuto, le mie due giornate con Frank e Mariam trascorrono piacevolmente: il pomeriggio del primo giorno lo passiamo chiacchierando, riposando e leggendo, con cena in un ristorante di Gampola in cui provo un’altra specialità singalese: il kotthu, una specie di chapati con verdure e carne tagliato in piccoli pezzi.

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