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La mattina dopo si riparte, questa volta in corriera per Polonnaruwa, la seconda capitale dell’isola dopo Anuradhapura (dopo l’undicesimo secolo quindi) e, come quest’ultima, patrimonio UNESCO. Questa volta sono seduto davanti, avendo scoperto che accanto al guidatore c’è dello spazio per i bagagli. Anche questo autobus ha di fronte al conducente una serie di immagini di Buddha illuminate per portargli fortuna (che c’è ne vuole sulle strade dello Sri Lanka! soprattutto avvicinandosi alla capitale, come spiegherò più avanti). Nei sedili accanto al mio si siede anche una giovane coppia di viaggiatori, che scoprirò presto essere francesi, anche se di origine italiana (lui) e spagnola (lei). Arriviamo tre ore dopo nel centro della “vecchia” Polonnaruwa, e da lì io e i francesi decidiamo di entrare direttamente in un ristorante dall’altra parte della strada che secondo la guida francese di Renauld e Géraldine dovrebbe essere dei migliori in città. Avendo fatto colazione la mattina, io solamente assaggio degli ottimi shortbreads che avevo già provato in precedenza, delle specie di involtini con ripieni vari. Poi andiamo assieme a vedere una delle pensioncine consigliate dalla mia guida che si trova a due passi da lì, e sia io che loro decidiamo di prendervi una stanza. Il posto è molto semplice, ma ha una certa atmosfera, una veranda che dà sul giardino nella parte posteriore, e si trova a due passi dal centro, e perciò anche vicino al Parco archeologico, al suo museo e all’enorme lago di Topa Wewa che, come gli altri laghi che avevo già visto ad Anuradhapura, è artificiale. Incredibile pensare che mille e passa anni fa riuscissero a realizzare dei lavori simili, e senza i mezzi che abbiamo adesso!

Da quando siamo arrivati a Polonnaruwa, non fa che piovere, e perciò il pomeriggio e la sera del primo giorno li passo a rilassarmi, a leggere e a fare due passi attorno sotto l’ombrello. La sera ceno con riso e curry sulla veranda dell’hotel assieme a Renaud e Géraldine. Oltre a noi, vediamo solo altri due avventori, un ragazzo e una ragazza che scopriamo essere giapponese, proveniente come me da Kuala Lumpur dove lavora. Ma la compagnia non è tutta lì: ci sono anche centinaia, migliaia di zanzaroni cattivi come quelli che avevo già visto (e sentito! Fanno un male boia) a Kandy e in particolar modo ad Anuradhapura.

La mattina dopo quando ci alziamo sta ancora piovendo, e quindi decidiamo di farci accompagnare al Parco archeologico in tuk-tuk e di lasciar perdere il noleggio bici (con grande felicità del mio povero sedere!). L’entrata del Parco non è lontanissima, si potrebbe anche raggiungere a piedi, ma i monumenti più lontani distano tre-quattro chilometri da Polonnaruwa, ed in ogni caso in tre il costo del tuk-tuk non è alto. Tra l’altro abbiamo la fortuna di beccarci un conducente simpaticissimo.
Polonnaruwa mi aveva già fatto una bella impressione il giorno prima, per le sue ridotte dimensioni, per il lago e la gentilezza della gente, ma il Parco archeologico mi colpisce particolarmente: non è tanto grande, ci sono pochi turisti, e possiede monumenti fantastici. E poi ci sono alberi dappertutto e i monumenti sono circondati da una bella foresta piena di animaletti, tra cui vediamo persino dei varani.

Gal Vihara - foto © Paolo Coluzzi 2013
Gal Vihara – foto © Paolo Coluzzi 2013

I monumenti che mi colpiscono di più sono due: il gruppo di bellissime statue del Buddha intagliate nel granito di Gal Vihara e il tempio circolare di Vatadage. Il fatto che quando arriviamo a Gal Vihara non ci sia nessun altro rende il posto ancora più suggestivo: ci siamo solo noi, un paio di guardiani e le quattro statue dell’Illuminato sotto la pioggerellina, tra cui un Buddha seduto in meditazione, un altro in piedi di sette metri d’altezza e uno reclinato di 14 metri di lunghezza. Nel cosiddetto Quadrangolo, invece, dove si trova assieme ad altri resti archeologici il Vatadage, ci sono sì un po’ di turisti, in particolare una grossa comitiva di tedeschi appena giunti in autobus (che però dopo un po’ se ne vanno in massa), ma il posto è bello, pieno di cose da vedere. Il Vatadage poi, anche se non ha più il tetto, è proprio impressionante, con i suoi quattro Buddha posti davanti alle quattro entrate in corrispondenza dei quattro punti cardinali, la piccola dagoba nel centro, i guardiani di pietra alla base delle quattro scalinate, con davanti i grossi ‘zerbini’ di pietra a forma di mezza luna, le cosiddette “moonstones” con begli intagli di elefanti ed uccelli.

Finiamo il giro che sono già quasi le due del pomeriggio, e torniamo a piedi in centro, al ristorante che oramai abbiamo adottato. Avevamo fatto lì anche la colazione, e quando Arnaud aveva chiesto al cameriere dove poteva comprare un ombrello, lui gli aveva riposto: «Ma che bisogno c’è di comprare un ombrello, ti presto il mio e me lo riporti stasera!» – L’ombrello di Géraldine invece glielo aveva dato il nostro conducente di tuk-tuk, con le stesse modalità… Veramente bella gente! Finito di mangiare, ci viene detto che sono stati avvistati degli elefanti sulla sponda opposta del lago… Che notizione! Elefanti selvaggi! Decidiamo quindi di cercare il nostro conducente di tuk-tuk della mattina per farci portare sulla sponda del lago vicina da dove dovremmo poter scorgere ‘sti elefanti. In un primo momento non si vede niente, ma poi, spostandoci un poco… eccoli laggiù! Sono lontani, sulla sponda opposta, piccoli piccoli, ma si vedono distintamente, due elefanti che si stanno abbeverando! E poi Arnauld ci indica un’altra sponda un po’ più distante, ed anche lì ci sono elefanti, un branco di cinque o sei capi! Troppo contenti! Non credo di essere mai stato in un paese dove si vedessero tanti animali selvatici in giro. Cani e scimmie poi sono dappertutto, in campagna come nelle cittadine che ho visitato.

Torniamo alla pensione a riposare un po’ (con pioggia o senza pioggia, con questo caldo umido non si può passare troppo tempo in giro senza qualche sosta), poi alle quattro del pomeriggio ci dirigiamo al museo archeologico per una breve visita prima della chiusura. Alla cassa c’è ancora il tipo che la mattina ci aveva fatto i biglietti per il parco archeologico (anche qui 25 dollari americani), uno che cerca sempre di fregare i turisti, ci aveva avvertito il conducente di tuk-tuk. Io pensavo che esagerasse, e invece ci aveva provato anche con me, a darmi il resto sbagliato! Se non fossi stato avvertito, magari non mi sarei accorto dell’imbroglio, dato che fino ad allora non avevo avuto nessun problema di quel genere… Spesso è proprio così: i più poveri sono i più onesti, mentre questo tipo, che non guadagnerà moltissimo ma certo più della maggior parte dei singalesi, non si fa scrupoli ad “arrotondare”… La sera io, Arnaud e Géraldine ceniamo di nuovo assieme nel ‘nostro’ ristorante, dove provo per la prima volta gli hoppers, una specie di roti (pane indiano, ndr) croccante a forma di scodella con ripieno di carne, verdura e un uovo fritto. Ottimo!

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