Filippiine, Chocolate Hills

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Con la fine del mese di marzo arriva anche la tanto attesa settimana di vacanza di mezzo semestre, felice istituzione di origine britannica, che suddivide in due il semestre accademico in tutte le Università della Malesia, compresa naturalmente l’Università di Malaya dove insegno. Questa pausa di nove giorni era attesissima, non solo per poter staccare un attimo dal lavoro, ma soprattutto perché questa volta c’era in programma un viaggio verso una destinazione speciale: le Filippine! Dico speciale perché, escludendo la piccola Timor est, le Filippine erano rimaste l’unico Paese del Sudest Asiatico che non avevo ancora visitato. E questo per varie ragioni, in parte stupidi pregiudizi.

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La spiaggia di Tanjung Tuan

Spiaggia principale all'interno della riserva forestale omonima

Il primo sabato del mese di marzo sveglia alle 7.30: alle 9 ho infatti appuntamento con i miei colleghi Andrea, Rosanna, Irene, il suo ragazzo francese Christophe e due amici italiani di lei, Matteo e Francesca, una simpatica coppia di milanesi che da poco è venuta a vivere in Malesia. E tutti assieme su due macchine si parte per Port Dickson, un centinaio di chilometri a sud di Kuala Lumpur, la località balneare più vicina alla capitale (la costa vicino a Kuala Lumpur è ricoperta di mangrovie o è occupata da piantagioni di palma da olio e non ha spiagge di sabbia). La nostra destinazione finale però non sono queste spiagge, ma la riserva forestale di Tanjung Tuan, conosciuta anche col suo nome portoghese di Cabo Rachado, che si trova poco più a sud. Si tratta di uno degli ultimi tratti di foresta costiera che ancora rimane sulla costa occidentale della Malesia, 80 ettari di giungla protetta, in cui gli uccelli migratori che arrivano da Sumatra possono riposare prima di riprendere il loro lungo volo che, cominciato in Nuova Zelanda e in Australia, li porterà fino in Cina ed oltre. Ed infatti, prima di andarcene riusciremo ad avvistarne alcuni di questi uccelli migratori, in questo caso particolare dei falchi pecchiaioli che passano proprio sopra di noi.

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Il tempio buddista Wat Nikrodharam

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[Questa è la seconda parte del viaggio di Paolo Coluzzi in Kedah nel febbraio 2012 – puoi leggere la prima parte cliccando qui]

Il giorno dopo fatta colazione mi apposto alla fermata centrale degli autobus per aspettare la corriera diretta al villaggio di Merbok, vicino al quale si trova il Museo Archeologico di Lembah Bujang, mia prima destinazione dell’assolata giornata. Non conosco la frequenza di questo autobus e non ci sono cartelli che la indichino, quindi non mi resta altro che attendere pazientemente, scambiando ogni tanto due chiacchiere con le altre persone in attesa.

Dopo più di un’ora finalmente giunge l’autobus, vi salgo e mi godo il paesaggio dal finestrino durante l’ora e mezza di tragitto tra Alor Setar e Merbok. Usciti di città attraversiamo un’enorme distesa di risaie e piccoli villaggi (il Kedah è la prima regione in Malesia per la produzione di riso), fermandoci ogni tanto per far scendere o a raccogliere passeggeri. So che non siamo distanti dalla costa, ma deve passare più di un’ora prima che finalmente riesca a scorgere l’azzurro Mar delle Andamane alla mia destra, mentre ci avviciniamo al Gunung Jerai, una montagna di 1217 metri d’altezza ricoperta da giungla che si erge alla nostra sinistra, a poca distanza dal mare, un’enorme roccione verde che spunta dalla vasta pianura. Poco dopo la strada che percorriamo si inoltra nella fitta vegetazione che si trova tra le pendici del monte ed il mare, e dopo altri venti minuti finalmente arriviamo a Merbok, alle falde meridionali della montagna. È già l’una, il momento più caldo del giorno, e sotto il solleone devo farmi a piedi trascinandomi dietro la mia borsa i due chilometri e passa in salita che mi separano dal Museo. Nonostante l’acqua che avevo con me, arrivo al Museo mezzo disidratato e grondante di sudore. Mi compro subito una bibita e sono pronto per la visita al museo, che era un po’ la ragione principale del mio viaggio in questa regione.

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La Moschea Zahir

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Febbraio 2012. Due settimane dopo il fine settimana in Kalimanatan, in occasione delle feste per il compleanno del Profeta Maometto e per Thaipussam, la grande festa induista, me ne riparto per un altro breve viaggio, questa volta all’interno dei confini della Malesia. Parto sabato a mezzogiorno, mia prima destinazione: Alor Setar, capoluogo del Kedah, la regione che si trova nel Nord-ovest del Paese, al confine con la Thailandia. Trovarsi così vicino a quest’ultima e per certi periodi della storia averne persino fatto parte, ha fatto sì che questa regione, esattamente come il Kelantan più ad est, presenti da una parte alcune particolarità culturali ed influenze tailandesi, dall’altra una ricchezza di tradizioni malesi che si sono conservate proprio per l’esigenza di rafforzare la propria identità in contrasto con quella dei vicini tailandesi, anzi vicinissimi, dato che c’è una minoranza etnolinguistica tailandese che vive in Kedah. …

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Mercato di canoe sulle acque del fiume Martapura

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[Ecco la seconda parte del viaggio di Paolo Coluzzi nel Kalimantan – docente di linguistica e di Italiano alla Universiti Malaya di Kuala Lumpur, nel gennaio 2012 si è recato nel Borneo indonesiano – per leggere la prima parte segui questo link]

…La nostra barca a motore comincia a superare lunghe canoe sospinte da pagaie maneggiate da signore dagli sgargianti costumi tradizionali,la maggior parte con il capo coperto da un velo, alcune con gli ampi cappelli tradizionali di fibre vegetali, come delle grosse ceste circolari appoggiate sul capo al contrario a mo’ di ombrelli. Un’oretta dopo la partenza finalmente accostiamo vicino alla riva sinistra in mezzo ad uno sciame di canoe come quelle superate prima, piene di ogni mercanzia da comprare e da vendere (con rupiah ma a volte anche con baratto). Ogni canoa trasporta mercanzia differente, frutta tropicale, banane, rambutan, agrumi, tuberi, ecc. ci sono persino “canoe ristoranti”, che preparano piatti e dolci locali. Io provo dei durian impanati e fritti, una delizia. Che bello rimanere lì sospesi su quell’azzurro, ad osservare questa umanità gentile in febrile attività.

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Palafitte sul fiume Martapura

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[Inauguriamo con questo pezzo i diari di viaggio della Terra di Sandokan e diamo il benvenuto ufficiale a Paolo Coluzzi. Docente all’Università di Malaya, che, dopo aver vissuto in Brunei per tre anni e mezzo ed aver viaggiato con zaino in spalla per tutto il Sudest asiatico, da due anni vive in Malaysia. Questa è la prima parte del suo racconto di un viaggio intrapreso nel Kalimantan, la parte indonesiana del Borneo, lo scorso gennaio.]

 

Kuala Lumpur, Malesia, gennaio 2012. I festeggiamenti per il Capodanno Cinese prevedono quest’anno quattro giorni di ferie, il fine settimana più due giorni. Quattro giorni liberi erano una tentazione troppo grande per non decidere di fare un altro viaggetto da qualche parte, e così all’inizio di gennaio mi ero comprato un biglietto d’aereo per il Kalimantan, la parte indonesiana della mia amata isola del Borneo. Era da quando vivevo in Brunei che volevo visitare la parte meridionale dell’isola dove vivevo, ma collegamenti aerei diretti non ce n’erano, nonostante Brunei, Malesia e Indonesia compartano la stessa isola. L’unica parte del Kalimantan visitabile direttamente dal Sarawak (Malesia orientale) è quella occidentale, dove si trova la città di Pontianak che è attraversata dall’equatore. Degli autobus infatti collegano Kuching con Pontianak, circa otto ore, e c’è addirittura un autobus che si fa tutto il viaggio dal Brunei a Pontianak, impiegandoci credo circa 24 ore. Altre strade ci sarebbero, ma sono praticabili solo dai gruppi tribali dell’interno che conoscono le fitte giungle ed i corsi d’acqua del centro del Borneo e che riescono a passare da una parte all’altra di un confine impossibile da controllare, formato da montagne ricoperte di fitta giungla che nessun forestiero riuscirebbe mai ad attraversare da solo. Comunque anche raggiungendo Pontianak, il resto del Kalimantan è a sua volta separato da altre giungle e paludi, e le altre città della costa, come Papanbalik o Banjarmasin, sono raggiungibili solo in aereo. Dunque era ora che cominciassi ad esplorare la parte sud dell’isola, e la città di Banjarmasin sembrava essere un buon candidato per la mia prima visita.

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